Sentire, by the pricking of my thumbs

Nella nostra usuale egocentratura, siamo soliti pensare che solo noi esseri umani siamo in grado di “sentire”. Nella nostra magnanimità, comunque, siamo disposti a concedere l’attributo di senziente anche agli animali, ma che siano “superiori” cioè vertebrati, altrimenti velocemente togliamo loro le mostrine della sensibilità.

Le piante, invece, non sono proprio prese in considerazione. Si è mai visto che le piante possano “sentire”? Sono ottimi ornamenti, gran guadagno per una dieta più sostenibile e salutista, ma per il resto stanno ferme e non fanno niente.

 

Il team di Monica Gagliano all’Università dell’Australia Occidentale ha accettato la sfida e ha studiato la risposta delle piante ai suoni. Il rumore dell’acqua pare particolarmente attraente, al punto che esse orientano la crescita delle radici verso la sorgente sonora fino a raggiungerla. La riproduzione sperimentale del rumore della masticazione delle foglie da parte di un bruco produce invece una sorta di “acquolina” difensiva e la pianta prepara l’armamentario chimico che emetterà non appena un bruco inizierà effettivamente a mangiucchiarle le foglie.

Ma la sensorialità vegetale va ben oltre, con la discriminazione sottile di un variegato mondo di odori, di colori e un raffinato senso del tatto. Sensori recettoriali in azione h24 non si lasciano sfuggire nessun segnale utile per adattarsi all’ambiente e adattarlo a sé, incoraggiando gli amici e dissuadendo i nemici.

Che sia il caso di allargare la prospettiva?

Sentire, inteso nel senso lato dell’essere sensibili e, come conseguenza, responsoriali all’ambiente in cui siamo immersi e al nostro ambiente interno, è una caratteristica fondamentale della vita.

Non si dà vita se non nella forma della vita sensibile.

Ogni creatura è piena di “antennine” che le consentono di reagire agli stimoli ambientali. La vita, che nasce unicellulare si stima almeno 3,6 miliardi di anni fa, può esistere soltanto come senziente, per captare nell’ambiente le innumerevoli sostanze nutritive e nocive, con quei meccanismi che già inducono un’ameba a spostarsi in funzione della concentrazione dei composti che sostengono la sua vita. Per quali ragioni riduzionistiche poi abbiamo deciso di proiettare sull’ameba le nostre fiacchezze da stravaccati sul divano mi pare la vera parte misteriosa della faccenda.

Allora forse per noi esseri umani è tempo di lasciarci andare ad una ricettività più avvolgente e profonda, all’ascolto primordiale di una vita che ci chiama con risuoni che echeggiano da tempi lontanissimi.

Ascolta, Israele”, ascolta con il corpo, ascolta con le fibre più intime di te. “Non temere” di perdere il pensiero, lo ritroverai più forte. Cerca l’orientamento per radicarti più a fondo. L’attività razionale è importante, ma non farti ingannare: anche la ragione ha le sue illusioni — ottiche. Tieniti raso terra, dove abitano i profumi. I pensieri emergeranno, le riflessioni e i ragionamenti arriveranno in tempo, ma sempre come risposta di rielaborazione.

È il respiro ad avere l’ultima parola.

11 commenti su “Sentire, by the pricking of my thumbs”

  1. Interessante articolo.

    Purtroppo quella di considerare il mondo vegetale poco più che un sasso è una abitudine antichissima. Un pregiudizio che solo oggi si sta cercando di abbattere anche se tale sforzo non è ancora universalmente accettato da tutti gli studiosi.

    Anch’io sul mio blog nell’articolo dedicato alla neurobiologia delle piante ho affrontato lo stesso argomento. Interessanti sono i lavori di Stefano Mancuso dell’Università di Firenze (http://www.linv.org/) sulla neurobiologia vegetale.

  2. Sì Umberto, Mancuso fa studi davvero intriganti.
    Significativo mi pare il suffisso “neuro” riferito alla biologia delle piante.

    Bello l’esperimento di Mancuso con i Deproducers in “Botanica”.
    Ciò su cui a me premeva anche portare l’attenzione è la necessità di riappropriarci, come esseri umani, di quella cosa che è intrinseca alla vita perché è lì fin dal suo nascere. Forse abbiamo bisogno di imparare, non so se di nuovo o forse per la prima volta davvero, ad usare i nostri sensi per la discriminazione sottile di piccoli gradienti. Imparare ad apprezzare un profumo delicato che quasi non ti accorgi che c’è, di un suono lontano, di una luce fioca, di un tocco leggerissimo quasi di fantasma, per sapere le potenzialità del nostro corpo. Siamo così abituati agli strattoni sensoriali che non ci accorgiamo che sono strattoni! Penso agli impianti di diffusione del suono che, soprattutto d’estate, invadono le strade e il suono dilaga dappertutto, a macchia l’olio, con un’invasività impudica. Ma penso anche ai condimenti dei cibi: se non c’è almeno un cucchiaino di sale dico che “non sa di niente”. E se invece fosse solo il caso di esercitare le zone basse, quelle a discriminazione sottile, per aprirci a nuove esperienze di reale piacere?

  3. Sono molto d’accordo con te quando parli della musica ad alto volume: anch’io mi sento perseguitata da eccessi sensoriali , dobbiamo abituarci a soglie più basse, concentrarci su stimoli lievi e più profondi. Riguardo alla sensibilità delle piante sono contenta che ora sia oggetto di studio scientifico. Io mi chiedo: perché stare accanto alle piante migliora il nostro benessere? Perché toccare, abbracciare un albero mi dà sensazioni forti di comunicazione, di alleanza? Sono interrogativi certo non scientifici, ma esistenziali che però mi risuonano dentro spesso.

    1. Cara Mariapia,

      mi colpisce molto il tuo accenno al benessere legato alla vicinanza delle piante, perché è qualcosa che risuona molto anche dentro di me. Tanto che non lo riesco a comprendere, ma solo a “vivere”.

      Se sono angosciato, arrabbiato, depresso, deluso, so che non devo pensare (se posso). Solo, devo scendere nel parco sotto casa, e semplicemente passeggiare. Non è che si risolvono le cose, ma si sente una leggerezza che fa bene, fa molto bene. A volte mi sono stupito: io lì, sto bene. Lì, sono in fase, sono compiuto. Mi chiedo perché e non lo so, non so rispondere, è qualcosa che esula dall’ambito razionale. Ma si sente come un “ordine” pacificante.

      Mi viene alla mente la splendida “Liberation” di Mike Oldfield, dove l’artista fa pronunciare alla figlia delle parole del diario di Anna Franck, che dicono esattamente questo:

      When the birds sing outside
      And you see the trees changing to green
      The sun invites one to be out in the open air
      When the sky is so blue
      Then, oh then, I wish for so much
      And the best remedy
      For those who are afraid, lonely, or unhappy
      Is to go outside
      Somewhere where they can be quite alone
      With the heaven’s nature and God

      Qui la musica

  4. Ciao Iside, sono felice di riuscire finalmente a scrivere il commento al tuo ‘post’…

    Vorrei partire dalla domanda che ti fai sull’ameba, cioè sul perché gli umani la utilizzino come simbolo di fiacchezza.

    Di recente ho ascoltato un video di M. Scardovelli che rivaluta proprio ‘l’intelligenza’ dell’ameba, in virtù del suo comportamento che definirei di una naturalezza stupefacente: essa va verso ciò che le fa bene e scappa da ciò che le fa male! Sembra invece che per gli esseri umani (“strani e bizzarri” per dirla con Marco Guzzi) le cose stiamo esattamente all’opposto: sono attratti da ciò che fa loro male (che poi, in sostanza, conferma quello che tu scrivi, cioè che l’ameba si sposta “in funzione della concentrazione dei composti che sostengono la vita”)!!!

    A questo punto potrebbero esserci d’aiuto le piante- che hanno molto da insegnarci, anche solo per il fatto che sono sulla Terra da molto molto prima di noi- e che portano dentro di sè una vita “che ci chiama con risuoni che echeggiano da tempi lontanissimi” le cui radici affondano nella terra “dove abitano i profumi”.

    Se si incomincia quindi a parlare, (finalmente anche in ambito “scientifico”) di sensibilità o addirittura di intelligenza vegetale, perché non parlare anche della loro ‘energia buona’ (a proposito di risonanze) utilizzata dal dott. Edward Bach per la preparazione dei suoi 38 rimedi, circa un secolo fa? E a questo punto mi viene facile ‘spendere’ qualche parola a favore dei famosi Fiori di Bach, di cui faccio uso da anni.

    Cosa sono?

    Così li descrive Daniela Ronconi (E .Bach e il ” Metodo Ronconi” , 2011):“Sono archetipi funzionali, ognuno portatore di una specifica frequenza vibrazionale capace di riaccordare l’analoga struttura energetica presente in ogni organismo vivente… essi portano un messaggio vibrazionale chiaro, una frequenza incontaminata che si mette in risonanza con il campo elettromagnetico dell’Uomo andando a riaccordare le informazioni disarmoniche venutesi a creare all’ interno della persona stessa. L’alterazione emozionale emette una frequenza che entra immediatamente in risonanza con la frequenza unica del Fiore: quest’ ultima, essendo pura e archetipica, riesce- per capitale di forza- a riarmonizzare quella vibrazione emozionale dell’ Uomo, favorendo così il suo personale riequilibrio”.

    Non aggiungerei altro alle parole di Daniela Ronconi (romagnola, di Forlì) che ha saputo coniugare la sua sensibilità di musicista (pianista, compositrice e arrangiatrice) a quella di naturopata e floriterapista.
    Nella mia esperienza personale posso dire che l’uso dei Fiori di Bach ha spesso aiutato me è i miei familiari in svariate circostanze…

    Ci sono vari metodi di utilizzo (interessantissimo quello dei Fiori della Sintesi che unisce le energie dei fiori a quelle delle 12 costellazioni dello Zodiaco con l’ introduzione dell’ energia della Volontà) ma il principio di base che ‘funziona’ è sempre lo stesso: “…il modello energetico del Fiore viene rilasciato nel corpo fisico ed energetico della persona, verificandosi così un trasferimento energetico, un ‘trasloco’ per risonanza”.

    Del metodo Ronconi di utilizzo dei Fiori, mi piace in particolare la visione dell’Uomo che lo supporta: uno strumento musicale da accordare…alle vibrazioni del suo cuore!

    1. Cara Maria Carla,

      grazie per il tuo interessante commento!

      Sui Fiori di Bach, è noto, scientificamente non possiamo dire nulla (non ci sono riscontri nella scienza ufficiale, a quanto so), ma è interessantissimo sul piano filosofico/psicologico, a mio avviso, la divisione nei vari tipi comportamentali che ha operato il medico gallese (“le dodici personalità umane”, vedi anche https://it.wikipedia.org/wiki/Fiori_di_Bach).

      Del resto, non è in questa sede che ci preme dire se funzionano o no: a noi resta da indagare l’apparato filosofico e comprendere se ci dice qualcosa dell’uomo, se ci aiuta ad orientarci, se ci mette su un percorso di guarigione dell’anima.

      E sicuramente l’attenzione al mondo vegetale, al suo apparente ed attraente “silenzio”, al quieto assecondare le stagioni, alla sensazioni che ci regala, è qualcosa da riscoprire, da coltivare, da valorizzare. Qualcosa molto familiari ai nostri avi, dal quale ci siamo staccati, ci siamo “alienati”, nella società ipertecnologica.

      Ma qualcosa che ci chiama, ora ed ancora, che ci vuole dire qualcosa, che “ci parla”. A noi, ascoltare.

  5. Come già Marco Castellani, non mi sento di entrare nel merito dell’efficacia dei fiori di Bach come metodo terapeutico. La mia formazione scientifica mi fa allertare le antenne della cautela. Ciò non significa, evidentemente, che la singola persona non possa trarre beneficio dall’uso di rimedi di questo genere, dato che il potere della suggestione è fortissimo e varrebbe la pena che fosse tenuto in più seria considerazione dal mondo della ricerca scientifica.
    Mi viene più facile, invece, mettermi in sintonia con la frase finale che citi, carissima Maria Carla, per una visione dell’uomo come “uno strumento musicale da accordare alle vibrazioni del suo cuore”.
    A me pare che abbiamo tanto da imparare dall’integrazione di ciò che finora abbiamo considerato parti separate di noi, per riscoprire invece la persona come unità non frammentabile. Ciò significa prendere sul serio tanto il sangue che scorre nei nostri vasi quanto le emozioni che ci strizzano all’altezza dello stomaco e i pensieri che creiamo.
    iside

  6. Capisco le vostre perplessità, cari Marco e Iside, forse il mio commento avrebbe avuto una migliore collocazione in
    DarsiSalute ma il mio intento era quello di sottolineare l’ importanza dell’ apertura (anche in ambito ‘accademico’) nei confronti di aspetti del mondo vegetale- finora misconosciuti- come sensibilità e intelligenza.
    Io ho aggiunto quell’ “energia buona” (che poi sono frequenze) in grado di riarmonizzare il sistema emozionale umano, e non solo!
    Hanno verificato (ormai da decenni) che questi Rimedi ‘funzionano anche’ su piante, animali, neonati e bambini molto piccoli in genere.
    Suggestione o autosuggestione? In che modo?
    Quello che a me continua a stupire è la semplicità dell’ interazione che si riesce a stabilire attraverso l’assunzione dei Fiori e di come tale interazione riesca a modificare il caleidoscopico mondo delle emozioni umane!
    Concedetemi una provocazione:
    provate ad usare qualche goccia di Rescue Remedy (o rimedio d’ emergenza che si acquista facilmente in farmacia, e non solo in qualche ‘esoterica’ erboristeria) in momenti di particolari stati d’ animo negativi o di agitazione…e provate ad ascoltare un po’ cosa vi succede…
    Fatemi sapere, CIAO!

    p.s. : per il prossimo Natale mi faccio regalare qualche libro di Stefano Mancuso😊😊😊

    1. Ciao Maria Carla,

      per DarsiSalute, al momento il suo strumento espressivo è dentro questo blog, e dunque si ispira necessariamente (almeno al momento) alla stessa linea redazionale di AltraScienza (anzi presto riprenderemo dal vecchio ambito i vari post, cercherò di creare una sezione dedicata, per la massima comodità di chi usa il sito).

      Per la provocazione (legittima), al di là del fatto che li ho già provati i Fiori di Bach, incluso il Rescue Remedy (il pediatra dei miei figli piccoli, al tempo, ne era un deciso fautore), credo che non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo molto molto specifico che abbiamo. Dire cosa siamo e soprattutto cosa non siamo. In altri termini, credo non abbia senso qui riprodurre una discussione sui Fiori di Bach, perché Internet ne è già pieno e non penso potremmo avere l’ardire, qui tra noi, di produrre contenuti originali 🙂

      Quello che ci preme (mi pare di interpretare in questo senso anche alcuni dialoghi avuti con Marco Guzzi), è valutare l’ambito filosofico dove si muovono certi sistemi di pensiero, inclusa la fitoterapia, i fiori di Bach, la cristalloterapia e quant’altro (anche l’astrologia, per dire), perché possono aiutarci a riprendere quel contatto con l’approccio “olistico” che molta scienza moderna (i cui metodi e i cui criteri sposiamo come acquisizione di indiscutibile valore del pensiero umano) ha smarrito.

      Quello che poi trova Iside, me e te (credo) completamente d’accordo: recuperare una dimensione umana integrale, completa, sentire la presenza dell’uomo e delle sue emozioni anche nell’avventura scientifica.

      Credo sia un obiettivo esaltante: vale la pena perseguirlo.

      1. Ciao Marco, sull’ “obiettivo esaltante” di cui scrivi sono pienamente d’accordo…la mia posizione a favore della floriterapia di Bach andava proprio in questa direzione ( e ne voleva essere una esemplificazione) !
        Buon lavoro, mcarla

        1. Grazie Maria Carla.

          E’ bello riunire le forze in vista di questo obiettivo, come un avvicinamento progressivo che, se pur non si completa mai, ci regala sempre scampoli di “nuove visioni”, sufficienti a farci percorrere il cammino con energia nuova e fresca. Meglio se poi, il cammino si fa insieme 😉

          Un saluto!

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