Immanuel Kant e la rivoluzione copernicana

“La nuova concezione del mondo: un dialogo fra fisica e filosofia” (terzo capitolo)

Proseguiamo il nostro viaggio nello spazio e nel tempo (dopo aver pubblicato già una prima e una seconda puntata), anche se, forse, una precisazione è d’obbligo. Ciò che anima questo scritto è essenzialmente un intento creativo e poetico; vorremmo cioè cercare di capire come lo sviluppo del pensiero filosofico si intrecci con quello scientifico in una unità che però è costitutiva nel cambio di paradigma che stiamo vivendo. La nuova rivoluzione scientifica del nostro tempo infatti, è presente in tutti i campi, e attraverso questi filosofi vorremmo cercare di trovare quegli scorci, quelle luci, in grado di indirizzarci e di guidarci verso questo altrove che ci chiama a nuove prospettive e ad altri sguardi sulla realtà che ci abita e ci circonda.

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Affidati

La fede è un a priori antropologico, mi ha spiegato un teologo delle mie parti. L’affidamento è come la matrice interpretativa originaria, il brodo di coltura della Vita.

Lo zigote si costituisce perché altre due persone gli danno vita. Nel traffico placentare il feto pesca fiducioso preziose sostanze e rimette ciò che non gli serve e che viene riassorbito per l’eliminazione. Dal seno materno il neonato succhia il nutrimento, abbandonato nelle braccia del genitore. È il disagio del bisogno non soddisfatto che fa contrarre i pugni. La fiducia corrisposta rilassa.

Con il bambino, cresce il sistema nervoso che gli fa riconoscere l’altro nel rispecchiarvisi dentro. Ti vedo muovere e la mia corteccia motoria si accende: ti riconosco e riconosco la tua smorfia di dolore come il tuo sorriso di contentezza. Il mio corpo assume le tue sembianze, mi metto nei tuoi panni, scendo sotto la tua pelle.

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La svolta della modernità

“La nuova concezione del mondo: un dialogo fra fisica e filosofia” (secondo capitolo)

Siamo partiti dalle origini del pensiero antico per mostrare che in realtà la svolta del pensiero moderno, di cui siamo eredi, nasce proprio dal rinnovamento dei presupposti della filosofia greca. Questo è importante da capire perché significa che se vogliamo operare un cambiamento e tentare di ricollegare i vari ambiti del sapere umano, è necessario ritornare alla fonte del problema, cercando di rovesciare la struttura di fondo che in realtà accomuna gli antichi e i moderni.

Già a partire dal ‘500 però, accade qualcosa di inaspettato…

Giordano Bruno e la “nova filosofia”

Ecco allora che vi propongo un percorso attraverso quattro pensatori moderni della storia della filosofia che, nella loro evoluzione, ci hanno insegnato a contemplare la nostra realtà e il nostro universo in modo del tutto differente, talvolta anticipando alcune concezione che sarebbero apparse nella fisica sperimentale solamente alcuni decenni o secoli dopo.

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Un nuovo modo di vedere

Continuiamo a percorrere il testo Fede e Rivoluzione di Marco Guzzi, dopo una prima parte che è stata dedicata ad “aprire il campo”, in buona sostanza: a mettere sul tavolo le coordinate fondamentali di questo lavoro.

Credo sia importante ripassarci per tappe, perché il lavoro qui richiesto non è tanto un’addizione di un contributo di nozioni, nella nostra mente già affollata e stratificata, quanto una sostanziale metanoia, una radicale conversione, una sapiente e necessaria deviazione da una strada ormai sterile ad una più feconda: un tragitto verso un nuovo modo di vedere  tutto, e perciò – cosa che in questo ambito specificamente ci interessa – la scienza nel suo insieme.

Un lavoro di questo tipo, pertanto, cioè un riassetto del sistema di riferimento entro cui vogliamo lavorare, non può normalmente compiersi una volta per tutte, ma assume piuttosto una natura sua specifica, che mi piace definire agricola.  Come se si avesse a che fare con un terreno che ha bisogno di essere lavorato, ancora e di nuovo. Passato e ripassato, con pazienza, perché possa diventare fertile. Altrimenti si rischia che una intuizione possa brillare come sfavillante supernova nel nostro cielo mentale per un secondo o due, ma senza lasciare traccia permanente, senza modificare in modo sostanziale quello stesso cielo.

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Un dialogo tra fisica e filosofia

“La nuova concezione del mondo: un dialogo fra fisica e filosofia”

Primo capitolo: le origini

Premessa. Questo testo vorrebbe essere una riflessione sul rapporto fra filosofia e fisica, e più in generale sulla relazione fra le varie discipline scientifiche, che sembrano essere oggi sempre più separate e chiuse in ambiti distanti gli uni dagli altri.

Pubblicheremo questo scritto a puntate, attraverso un itinerario che va dalle origini della filosofia e della fisica, nel pensiero greco, per passare poi alla modernità e alla contemporaneità. Cercheremo perciò di scoprire se è ancora possibile una con-versione delle molteplici branche del sapere, al fine di distillarne una sintesi inedita per l’essere umano di oggi.

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Lavori in corso

Stiamo lavorando su questo sito, che sarà il nuovo blog di AltraScienza, dopo la migrazione dalla piattaforma Medium. Piano piano inseriremo i vari articoli già pubblicati su sito Medium, e riprenderemo la pubblicazione di nuovi interventi.

Medium è stato un esperimento molto interessante; tuttavia dai feedback ricevuti da molti utilizzatori di AltraScienza – ed anche per alcuni cambiamenti introdotti nella piattaforma stessa –  abbiamo deciso, nel comitato di redazione, di spostarci su un ambiente diverso, più familiare tra l’altro agli utilizzatori del sito DarsiPace.

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Sentire, by the pricking of my thumbs

Nella nostra usuale egocentratura, siamo soliti pensare che solo noi esseri umani siamo in grado di “sentire”. Nella nostra magnanimità, comunque, siamo disposti a concedere l’attributo di senziente anche agli animali, ma che siano “superiori” cioè vertebrati, altrimenti velocemente togliamo loro le mostrine della sensibilità.

Le piante, invece, non sono proprio prese in considerazione. Si è mai visto che le piante possano “sentire”? Sono ottimi ornamenti, gran guadagno per una dieta più sostenibile e salutista, ma per il resto stanno ferme e non fanno niente.

 

Il team di Monica Gagliano all’Università dell’Australia Occidentale ha accettato la sfida e ha studiato la risposta delle piante ai suoni. Il rumore dell’acqua pare particolarmente attraente, al punto che esse orientano la crescita delle radici verso la sorgente sonora fino a raggiungerla. La riproduzione sperimentale del rumore della masticazione delle foglie da parte di un bruco produce invece una sorta di “acquolina” difensiva e la pianta prepara l’armamentario chimico che emetterà non appena un bruco inizierà effettivamente a mangiucchiarle le foglie.

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A casa, in un universo più amico

Mi colpisce che alla fine, al di là di ogni strategia mentale che possiamo avere, che possiamo decidere, le cose sono sempre semplici, più semplici. Sì. Sono sempre semplici. In fin dei conti, basta aderire alla realtà così come ti si presenta davanti, ti si srotola davanti, e non c’è — non ci sarebbe — da pensare altro. E’ forse una forma di onestà ultima verso il reale, probabilmente la forma più radicale ed anche più difficile. Perché ci costringe a lasciare da parte la progettualità compulsiva, quella a cui siamo tenacemente avvinghiati come a qualcosa di vitale, per lasciare andare davvero.

Stare alle cose, così come accadono, è dunque la cosa più semplice e più difficile insieme. Ma ecco, per quanto vi si riesce, per la minima percentuale che vi si riesce, è sempre una liberazione. Ed è qualcosa che sorpassa sempre i nostri schemi, deborda la nostra misura…

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Storie

 Ascoltavo un paleoantropologo raccontare una storia a partire da frammenti di ossa di mastodonte ritrovati in California, accanto ad alcune pietre. È affascinante vedere come da un mucchietto di ossa e denti spezzati, ma in quel particolare modo, accanto a pietre ma di quel particolare tipo, si possa ricostruire la traccia della presenza umana in Nord America.

Si pensava che i primi Homo sapiens fossero arrivati, in quello che poi avremmo chiamato il Nuovo Continente, tra i 17.000 e i 40.000 anni fa, attraverso lo stretto di Bering, allora terraferma. Ma l’alloggiamento geologico di quei pezzetti di ossa di un animale estinto ci fa balzare indietro di 100.000 anni almeno. La curiosità si accende, dobbiamo colmare i vuoti, non riusciamo a resistere. E la narrazione parte.

Come seduti attorno al falò gli antichi raccontavano storie di origini lontane, così oggi raccontiamo storie di antichi a partire dalle poche tessere disponibili per aggiungere al puzzle ancora qualche colore e qualche forma. In attesa che altri elementi vengano alla luce.

Le superfici di rottura delle ossa californiane fanno presagire una frantumazione premeditata che solo Homo sapiens avrebbe potuto operare. Ci hanno riprovato i paleoantropologi: si sono messi di buon grado, con pietre simili a quelle trovare nel sito archeologico e hanno iniziato a colpire ossa analoghe ottenendo risultati simili ai ritrovamenti.

Un pugnetto di ossa, poi ci mettiamo alla prova se siamo capaci di fare altrettanto e di lì dipaniamo la storia di uomini e donne lontani che hanno abitato terre considerate senza umanità fino a ben più tardi.

Per fare scienza abbiamo bisogno di metodo, che sia quello scientifico delle osservazioni sul campo, delle prove in laboratorio, delle misurazioni, delle valutazioni. Ma non possiamo fare a meno delle storie per riempire i buchi nelle tabelle.

Seppure raccogliamo big data, che richiedono poi anni o decenni per essere analizzati, non possiamo sottrarci ad ipotizzare, creare teorie, cioè immaginare mondi, dipingendo con la narrazione ciò che la ragione e il dato non riescono a dirci.

Non possiamo fare a meno, di raccontare storie…

Se guardiamo al profondo universo non facciamo di meno. Nuovi pianeti vengono ormai scoperti a getto continuo, quasi quasi non fanno più notizia. Dalle immensità siderali, basta il transito di un pianeta davanti alla sua stella e la spettrometria di pochi elementi per farci sognare di mondi remoti, di abitanti possibili, di compagni di viaggio, magari cugini batteri, che potrebbero succhiare energia vitale da sorgenti di idrocarburi. Il richiamo delle stelle, benché misurato, ha le stesse caratteristiche di quello degli antichi.

Sognare, immaginare, raccontare: non sono verbi ortodossi per la scienza, ma forse è tempo di rivedere la dottrina, per essere certi di non lasciare indietro nulla che ci possa aiutare a capire chi siamo, cosa ci facciamo qui su questo pianetino. L’illusione della purezza del metodo ci allontana schizzinosi per paura della contaminazione, mentre soltanto con le mani immerse nella terrestrità, tutta intera, potremo davvero indagare il senso del nostro vivere.

Abbiamo adorato la ragione per secoli, abbiamo zoomato su questa parte di noi eleggendola a nobile dama, poi monarca assoluta e perciò tiranna. Ma chi è lasciato indietro tiene il suo posto, brontolio di sottofondo, voce inascoltata e non riconosciuta, ha le sue strategie per esistere comunque, perché l’emozione è primaria, il gesto precede la ragione. E sono tutt’uno.

Ragione non vale di più, ha frainteso: si vince soltanto se si fa gioco di squadra. La sintesi è sapienza.

Incontro di mondi

Una piccola fetta di torta giallina sembra raccogliere tutta la sostanza delle nostre vite, anzi della vita dell’intero universo. 4,9% dice il dato nudo e crudo, sul grafico.

È un po’ come guardare il mondo da un oblò, come cantava Gianni Togni, ma a differenza del cantautore non ci annoiamo affatto. Perché a prenderla dall’altro lato, c’è un 95,1% tutto da scoprire e pare che sia piuttosto affollato.

 

L’energia oscura farebbe espandere l’universo, la massa oscura darebbe ragione di effetti gravitazionali. Nulla di certo, teorie tratteggiate per spiegare come funzionano le cose, se si dà credito alle prove indirette sottese ad alcuni dati sperimentali.

La psicoanalisi ci ha sbattuto in faccia la vastità di un magmatico inconscio che erutta da bocche da fuoco quando deve sfogare impulsi incontrollabili. E poi si placa, fino all’eruzione successiva. Quello che ci è consentito di vedere è l’effetto dell’eruzione, ma il magma sottostante rimane fucina nascosta, in cui memorie di esperienze si rimodellano in un processo digestivo che produce rigurgiti, brufoli e magari acne tutt’altro che giovanile.

Davvero basta la ragione per la conoscenza di un universo così variegato? Davvero l’intuizione è strumento da escludere? L’emozione, che con l’azione, è antecedente al pensiero, come ci mostrano ora le neuroscienze, non ha proprio nulla a che vedere con la ragione? Eppure ne è la premessa. La corteccia arriva seconda. L’emozione e il gesto tagliano il traguardo per primi e ci fanno sentire ed agire prima di ragionare.

Umiltà: da qui parte Marco Castellani, nel suo intervento alla conferenza Astrofisica e Poesia, tenutasi a Villa Sora (Frascati) l’8 aprile 2017, per il ciclo “I tanti volti dell’umano.

Oggi lo studio dell’uomo e insieme lo studio del cosmo suggerisce proprio un atteggiamento di umiltà, derivante essenzialmente dal limpido riconoscimento, che non è mai stato così chiaro, di quante cose noi non sappiamo…. Mai il celebre motto socratico “so di non sapere”, a pensarci bene, è stato così manifesto, solo che lo si voglia guardare.

Partiamo da basso, ripartiamo da capo. A capo chino, chiamando a raccolta tutte le capacità umane, senza rifiutare nulla, senza escludere nulla.

Certo la scienza ha bisogno di discernimento, per stare alle regole del metodo. Forse però oggi la conoscenza è arrivata ad un punto in cui le è richiesto di fare un salto quantico per coagularsi ad un livello di sintesi più ampia, inglobante, dagli orizzonti più larghi.

Forse è giunto il tempo di avere uno sguardo a lunga gittata, inclusivo, che sappia fare sintesi di ogni forma di conoscenza umana, fino alle soglie della sapienza.

Senza mescolamenti omogeneizzanti, dove sia sempre possibile delineare lo specifico disciplinare e di ambito, dove però allo stesso tempo non ci siano barriere invalicabili, ma soltanto confini porosi su cui lo scambio, il confronto, la parola mediatrice si facciano luogo di incontro reale tra mondi che finalmente si riconoscono.

E forse così quella materia oscura e quell’energia oscura si potranno chiarificare.

Almeno un po’.