Affidati

La fede è un a priori antropologico, mi ha spiegato un teologo delle mie parti. L’affidamento è come la matrice interpretativa originaria, il brodo di coltura della Vita.

Lo zigote si costituisce perché altre due persone gli danno vita. Nel traffico placentare il feto pesca fiducioso preziose sostanze e rimette ciò che non gli serve e che viene riassorbito per l’eliminazione. Dal seno materno il neonato succhia il nutrimento, abbandonato nelle braccia del genitore. È il disagio del bisogno non soddisfatto che fa contrarre i pugni. La fiducia corrisposta rilassa.

Con il bambino, cresce il sistema nervoso che gli fa riconoscere l’altro nel rispecchiarvisi dentro. Ti vedo muovere e la mia corteccia motoria si accende: ti riconosco e riconosco la tua smorfia di dolore come il tuo sorriso di contentezza. Il mio corpo assume le tue sembianze, mi metto nei tuoi panni, scendo sotto la tua pelle.

Continua a leggere Affidati

Sentire, by the pricking of my thumbs

Nella nostra usuale egocentratura, siamo soliti pensare che solo noi esseri umani siamo in grado di “sentire”. Nella nostra magnanimità, comunque, siamo disposti a concedere l’attributo di senziente anche agli animali, ma che siano “superiori” cioè vertebrati, altrimenti velocemente togliamo loro le mostrine della sensibilità.

Le piante, invece, non sono proprio prese in considerazione. Si è mai visto che le piante possano “sentire”? Sono ottimi ornamenti, gran guadagno per una dieta più sostenibile e salutista, ma per il resto stanno ferme e non fanno niente.

 

Il team di Monica Gagliano all’Università dell’Australia Occidentale ha accettato la sfida e ha studiato la risposta delle piante ai suoni. Il rumore dell’acqua pare particolarmente attraente, al punto che esse orientano la crescita delle radici verso la sorgente sonora fino a raggiungerla. La riproduzione sperimentale del rumore della masticazione delle foglie da parte di un bruco produce invece una sorta di “acquolina” difensiva e la pianta prepara l’armamentario chimico che emetterà non appena un bruco inizierà effettivamente a mangiucchiarle le foglie.

Continua a leggere Sentire, by the pricking of my thumbs

Storie

 Ascoltavo un paleoantropologo raccontare una storia a partire da frammenti di ossa di mastodonte ritrovati in California, accanto ad alcune pietre. È affascinante vedere come da un mucchietto di ossa e denti spezzati, ma in quel particolare modo, accanto a pietre ma di quel particolare tipo, si possa ricostruire la traccia della presenza umana in Nord America.

Si pensava che i primi Homo sapiens fossero arrivati, in quello che poi avremmo chiamato il Nuovo Continente, tra i 17.000 e i 40.000 anni fa, attraverso lo stretto di Bering, allora terraferma. Ma l’alloggiamento geologico di quei pezzetti di ossa di un animale estinto ci fa balzare indietro di 100.000 anni almeno. La curiosità si accende, dobbiamo colmare i vuoti, non riusciamo a resistere. E la narrazione parte.

Come seduti attorno al falò gli antichi raccontavano storie di origini lontane, così oggi raccontiamo storie di antichi a partire dalle poche tessere disponibili per aggiungere al puzzle ancora qualche colore e qualche forma. In attesa che altri elementi vengano alla luce.

Le superfici di rottura delle ossa californiane fanno presagire una frantumazione premeditata che solo Homo sapiens avrebbe potuto operare. Ci hanno riprovato i paleoantropologi: si sono messi di buon grado, con pietre simili a quelle trovare nel sito archeologico e hanno iniziato a colpire ossa analoghe ottenendo risultati simili ai ritrovamenti.

Un pugnetto di ossa, poi ci mettiamo alla prova se siamo capaci di fare altrettanto e di lì dipaniamo la storia di uomini e donne lontani che hanno abitato terre considerate senza umanità fino a ben più tardi.

Per fare scienza abbiamo bisogno di metodo, che sia quello scientifico delle osservazioni sul campo, delle prove in laboratorio, delle misurazioni, delle valutazioni. Ma non possiamo fare a meno delle storie per riempire i buchi nelle tabelle.

Seppure raccogliamo big data, che richiedono poi anni o decenni per essere analizzati, non possiamo sottrarci ad ipotizzare, creare teorie, cioè immaginare mondi, dipingendo con la narrazione ciò che la ragione e il dato non riescono a dirci.

Non possiamo fare a meno, di raccontare storie…

Se guardiamo al profondo universo non facciamo di meno. Nuovi pianeti vengono ormai scoperti a getto continuo, quasi quasi non fanno più notizia. Dalle immensità siderali, basta il transito di un pianeta davanti alla sua stella e la spettrometria di pochi elementi per farci sognare di mondi remoti, di abitanti possibili, di compagni di viaggio, magari cugini batteri, che potrebbero succhiare energia vitale da sorgenti di idrocarburi. Il richiamo delle stelle, benché misurato, ha le stesse caratteristiche di quello degli antichi.

Sognare, immaginare, raccontare: non sono verbi ortodossi per la scienza, ma forse è tempo di rivedere la dottrina, per essere certi di non lasciare indietro nulla che ci possa aiutare a capire chi siamo, cosa ci facciamo qui su questo pianetino. L’illusione della purezza del metodo ci allontana schizzinosi per paura della contaminazione, mentre soltanto con le mani immerse nella terrestrità, tutta intera, potremo davvero indagare il senso del nostro vivere.

Abbiamo adorato la ragione per secoli, abbiamo zoomato su questa parte di noi eleggendola a nobile dama, poi monarca assoluta e perciò tiranna. Ma chi è lasciato indietro tiene il suo posto, brontolio di sottofondo, voce inascoltata e non riconosciuta, ha le sue strategie per esistere comunque, perché l’emozione è primaria, il gesto precede la ragione. E sono tutt’uno.

Ragione non vale di più, ha frainteso: si vince soltanto se si fa gioco di squadra. La sintesi è sapienza.

Tra caso, casaccio e contingenza…

Le cose non vengono mai da sole. Neanche il caso. In genere si appaia con la necessità, o forse, lo faceva un tempo. Ora sta cambiando abitudini. Pare che i due siano più propensi ad amalgamarsi intimamente, al punto da lasciare emergere la contingenza, quel microambiente pieno di interconnessioni da cui vediamo fiorire i fenomeni.

La relazionalità è la struttura portante della contingenza: ogni evento che accade lo fa in quanto correlato in modo millimetrico a ciò che lo circonda e, così, via via, per interposte connessioni fino ad intrecciare tutta la Realtà. Così sulla Terra sentiamo la lieve perturbazione delle onde gravitazionali prodotte dalla fusione di due buchi neri a 1,3 miliardi di anni luce da noi — altro che il battito d’ali di una farfalla che provocherebbe un ciclone sull’altro lato del pianeta!

La contingenza, però, non è soltanto relazionalità a grana fine. È anche la condizione di possibilità che permette all’apertura con cui siamo posti nel mondo di potersi esprimere in termini creativi. Costituisce l’impalcatura della libertà.

Spesso protestiamo che il caso non esiste perché, ho il sospetto, contrapponiamo il caso al senso e leggiamo il senso preminentemente nella forma dei rapporti di causa-effetto tra i fenomeni. Così un fenomeno non è casuale ma ha un senso se è dentro un esplicitato progetto a priori, in cui tutti i pezzi trovano la loro esatta collocazione in una rete di causalità ben disegnata.

La mia percezione è che la questione sia più dinamica e fluida.

Forse quando rigettiamo il caso in realtà rigettiamo il casaccio: una confusione che non ha governo, di nessun tipo.

Le cose, dunque, non accadono a casaccio, ma per contingenze di eventi prossimi che, a scalare, danno effetti man mano meno evidenti, propagandosi ad ampio raggio e non più interpretabili con rapporti stretti di causa-effetto.

In tal modo la vita evolve come costante adeguamento reciproco delle sue componenti, nella novità presente di un caleidoscopio sempre in rotazione.

Il senso allora non è posto come dato aprioristico, ma emerge dalla Realtà nel suo svolgersi e diventa direttamente proporzionale alla profondità della relazione tra la libertà della creatura e lo Spirito Creatore.

Posso quindi interpretare la mia vita e costruirne il senso, se incarno la mia libertà in responsoriale relazione con quello Spirito che è l’Inaugurante benedicente senza essere causa immediata di tutto ciò che accade, il Sostegno vigile ma non interferente, la Destinazione accogliente ma non la fatalità della vita.

“Caos è anzitutto il modo di dire la differenza tra la presunta semplicità della natura e la sua effettiva complessità: non è quindi la scusa per rassegnarsi al caotico, ma la spinta per esaminare ciò che è più difficile ossia il complesso.”(Giorgio Bonaccorso)

La causa mi fa effetto

Premo l’interruttore e la luce si accende. Anche la sintassi sembra dirlo. Bastano due coordinate legate da una “e” e il gioco è fatto. Eccoci nella trappola di un pensiero che usa l’euristica della causalità così frequentemente da non aver più neanche necessità di esplicitarla. È sufficiente la congiunzione ”e”, possiamo fare a meno delle più classiche “perché, poiché, siccome, in quanto”.

Pare proprio che abbiamo un disperato bisogno di trovare una causa, e che sia la più diretta possibile, per ogni accadimento nella nostra vita. Il metodo scientifico in questo è maestro. Si studiano i fenomeni e si va immediatamente alla ricerca di ciò che li ha provocati. In medicina, l’eziologia è un aspetto fondamentale per la formulazione di una diagnosi.

Questa ossessione per la causalità, però, rischia l’abuso, facendoci vedere anche ciò che non c’è. Rischiamo cioè di irrigidire il pensiero, di incanalarlo dentro sentieri troppo stretti, senza più permetterci lo sguardo ampio di chi apprezza il panorama. Così di causa in causa fino alla Causa Prima. E anche Dio è finito in trappola. Appunto lo chiamiamo in causa per ogni avvenimento che ci accade: non cade foglia che Dio non voglia, dice il vecchio adagio. Tutto diventa direttamente collegato alla volontà divina, nel bene e nel male.

Forse abbiamo bisogno di usare “unità di misura” diverse a seconda dell’ordine di grandezza, anche perché la Vita nel suo complesso non è la semplice somma dei singoli eventi. La Vita pare organizzata per livelli di cui uno non è immediatamente deducibile dai precedente; il grado di complessità superiore non è l’esito della giustapposizione addizionale degli elementi che compongono il livello organizzativo inferiore. L’emersione della coscienza non pare semplicemente l’aumento quantitativo di abbozzi comparsi nei primati. La struttura degli organismi pluricellulari non scaturisce direttamente dalla struttura unicellulare: la sequoia non la deduco da Acetabularia. Dalla struttura subatomica non ricavo immediatamente le caratteristiche della materia per come la sperimentiamo al nostro ordine di grandezza. C’è un’opera di sintesi che richiede un salto quantico.

La causalità è contingente e vincolante e mi pare riesca a descrivere le relazioni all’interno degli elementi di uno stesso livello di complessità, in parte anche tra un livello e l’altro, ma ciò che fa sintesi non è spiegabile soltanto in termini di causalità. Se lo fosse, saremmo dentro un grande meccano in cui si assemblano i pezzi a partire da un progetto esterno e già definito in partenza, ma la nostra esperienza di vita non ci dice questo. Siamo l’esito di un apprendimento continuo che guarda all’altro/Altro per trovare la propria immagine, fin dal grembo materno. È una questione di relazioni sempre in divenire, in raffinamento costante, di carezze e di affondi nella nostra plastilina.

Concentrati alla caccia della causa e della Causa Prima indietreggiamo per trovare l’inizio: lo fa lo scienziato, è il suo compito, l’avanzamento tecnologico gli consente di essere sempre più preciso su quando ha avuto inizio il nostro Universo, la vita sulla Terra, la storia di Homo sapiens.

Ognuno di noi ha però una sete inestinguibile di conoscere l’origine, propria come del Tutto, di conoscere Ciò che sostiene la Vita, adesso e poi adesso e ancora adesso, nel presente eterno.

La Realtà non proviene (soltanto) da una Causa Prima, ma da Qualcosa di molto più flessibile e morbido, da un pensiero che la pensa, da un’intenzione che la regge, da una parola che la genera.

L’intenzione è univocamente buona, il Padre è buono, l’Unico che può essere chiamato tale, senza ambiguità. L’intenzione buona alimenta il pensiero/parola creativo, la generazione è ariosa e dà vita ad un altro-da-Sé che proprio perché possa essere accreditato come altro deve essere posto a distanza di sicurezza e per dargli dignità piena gli deve essere riconosciuta la libertà. Ogni tipo di creatura ha il suo grado di libertà e per noi umani la dinamica ha i tratti dell’apprendimento.

Il gioco sta nell’imparare a trovare la giusta distanza, che vuol dire abitare la massima differenza dal Creatore, e allo stesso tempo, vivere con Lui in massima comunione, che è poi il movimento della relazionalità che lo Spirito esprime. È questo l’insegnamento che possiamo trarre dal mito con cui comincia il libro della Genesi.

C’è un mondo inaugurato ad ogni istante dalla buona intenzione del Padre, promesso come compiuto in ogni istante nel lavoro di rimodellamento di sé che ci conduce, ad ogni passaggio, un po’ più vicino al vero noi stessi, a ciò che stiamo da sempre diventando. Un lavoro di cesello, senza fine, e la morte porterà un cambiamento di stato, un ordine superiore di complessità, ancora una volta indeducibile dal grado attuale, per sperimentare chissà quali eccitanti nuovi percorsi di conoscenza.

Presente anche su http://www.darsipace.it/2016/09/29/la-causa-mi-fa-effetto/