Affidati

La fede è un a priori antropologico, mi ha spiegato un teologo delle mie parti. L’affidamento è come la matrice interpretativa originaria, il brodo di coltura della Vita.

Lo zigote si costituisce perché altre due persone gli danno vita. Nel traffico placentare il feto pesca fiducioso preziose sostanze e rimette ciò che non gli serve e che viene riassorbito per l’eliminazione. Dal seno materno il neonato succhia il nutrimento, abbandonato nelle braccia del genitore. È il disagio del bisogno non soddisfatto che fa contrarre i pugni. La fiducia corrisposta rilassa.

Con il bambino, cresce il sistema nervoso che gli fa riconoscere l’altro nel rispecchiarvisi dentro. Ti vedo muovere e la mia corteccia motoria si accende: ti riconosco e riconosco la tua smorfia di dolore come il tuo sorriso di contentezza. Il mio corpo assume le tue sembianze, mi metto nei tuoi panni, scendo sotto la tua pelle.

Mi nutro di cibo che devo alla terra, a chi la lavora, a chi la consegna al negozio all’angolo. La metto nel frigo e la porto alla bocca. Il mio corpo si costruisce a partire da fuori di me. Mi fido che ognuno svolga il suo compito. Mi affido alla grande rete sociale che come specie siamo riusciti a mettere in piedi, per sostenere la fiducia reciproca. Le istituzioni dovrebbero servire a questo. Mi affido all’amico che mi cammina a fianco e su cui scommetto che non mollerà la presa, anche e proprio quando io non sarò più così promettente perché la vita mi ha presentato un conto salato.

Da quando sono zigote mi esercito ad affidarmi, a lasciarmi andare alle cure di chi mi sta accanto, e adesso che sono cresciuta posso ricambiare il favore: diventare a mia volta quell’appoggio sicuro per chi ha bisogno di affidarsi a me, diventare parte di quell’intreccio connettivo, in cui ogni essere umano è sempre sul bordo, perché è sulle membrane di confine che avviene l’osmosi.

Non sono all’altezza del compito e mi spavento.

Neanche mia madre lo è stata quando non reggeva la sua paura e così non riusciva ad insegnarmi a reggere la mia. Anche quando l’appoggio scricchiola, non se ne può fare a meno.

Così leggo la Realtà, imparo e conosco. Dando credito a chi mi insegna, alla sua onestà intellettuale, apprendo il gesto preciso del setacciare, per raccogliere sapienza che scende dai fori di 200.000 anni di vita di specie. Così distillo la mia griglia interpretativa che scelgo ogni volta che tento di decifrare il mondo in cui vivo e ne sperimento la relazione, nella creazione tutta.

Fin dall’inizio ci troviamo nella condizione di doverci (affidare) ad altri, intanto per la sopravvivenza. Possiamo poi attingere nella forma della predazione, dello sgomitare per conquistare le risorse che ci servono, dello sbranare la vita da cui assorbiamo vita e allora è alto tradimento. Oppure possiamo attingere nella forma del consapevole prendere che guarda con riconoscenza e quindi si lascia interpellare dal desiderio di restituire, di infondere di buono fino alla reciprocità indiretta che investe e rilancia, a fondo perduto, il patrimonio di credito. La vita è un flusso continuo, un dare e ricevere ad occhi bendati, un intreccio di braccia distese e mani aperte per raggiungere ed essere raggiunti, dove ciascuno è chiamato ad essere rete di sicurezza che non delude l’affidamento di cui siamo impastati.

Ho voglia che nasca in me e in ognuno di noi questa Nuova Umanità, dove il nostro sbocciare è misurato con il boccale dell’affidamento alla Vita che sa mantenere ciò che promette, nello strabordare eccedente che lascia sul fondo il ragionare e si tuffa nella schiuma che tracima di un rinnovato atto di fede.

9 commenti su “Affidati”

  1. Questo affidamento è un moto intimo, primitivo, iniziale, veramente generativo. Fecondo. E’ proprio una architettura universale, l’affidarsi. Fa funzionare meglio le cose, le fa funzionare, semplicemente. E’ un mutuo affidamento, in fondo, il gioco dell’universo, e dei corpi, e nei corpi (come ben dici nel post).

    Non ci insegnano troppo bene ad affidarci, a scuola. Ci insegnano, in genere, spesso con buona volontà, a ragionare, ad essere parte attiva, magari. A crescere, individuandoci e differenziandoci dagli altri – staccandoci dall’ambito familiare, lavorando ad una vita propria. Tutto necessario, ma non c’è – spesso non c’è – un lavoro sull’affidamento, sull’affidarsi, oppure (all’opposto) sul disperato tormento di non affidarsi. E’ un peccato. Anzi, è una occasione di lavoro.

    L’opposto della solitudine non è essere in due, o in molti. L’opposto della solitudine è affidarsi: solo così si aprono quei canali, vibrano quelle onde, che entrano nel cuore e lo nutrono. L’autonomia forzata, quella “angosciosa illusione dell’autonomia” (Giussani) è all’opposto di affidarsi.

    L’autonomia – la pretesa autonoma – è sempre sterile, non è generativa. Banalmente, per generare ci vuole un moto di almeno un attimo, di un momento di sperdimento, di esposto affidamento, ad un altro. Non si genera da soli, rinchiusi in sé.

    Imparare ad affidarsi, ritornare ad impararlo, è forse tutto il lavoro.

  2. Ricordo un episodio di un bel po’ di anni fa, durante una lezione di sociologia all’università.
    “Che cosa tiene insieme il tessuto sociale?” chiede il professore a noi studenti. “Qual è il collante ultimo, il valore, la qualità che sta alla base di tutte le forme di convivenza, di organizzazione e di socialità?”
    Qualcuno prova una risposta qua e là (il bisogno, il rispetto, e altro..) ma il professore ci invita ad andare più a fondo.
    Alla fine tutti tacciono, e lui sapientemente aspetta.
    Silenzio in tutta l’aula.
    Ripete di nuovo la domanda e di nuovo aspetta.
    Ci pensiamo ma non sappiamo più cosa dire, forse cerchiamo chissà quale strategica caratteristica.
    Invece lui ci spiazza tutti con quella risposta, sapientemente preceduta da un silenzio inusuale, quasi si trattasse di un grande segreto che stava per svelarci.
    “La fiducia, ragazzi. Tutta la società, tutte le nostre relazioni e tutta la nostra vita si fondano sulla fiducia. La fiducia che camminerò per strada e tu non mi darai un pugno senza motivo, la fiducia che al semaforo rosso tu ti fermerai e io potrò passare in sicurezza, la fiducia che le regole verranno rispettate e chi non lo fa verrà punito.”

    La fiducia, cioè la fede, è veramente un apriori antropologico, ne facciamo ogni giorno un’esperienza così pervasiva che quasi non ne siamo più coscienti. Tutta la vita, a partire da quella biologica, sembra appoggiarsi proprio su questo movimento interiore, che però, coscientemente, spesso ci spaventa così tanto.

  3. È significativo che entrambi, Marco e Antonietta, abbiate fatto riferimento, seppure da angolature diverse, all’ambito dell’educazione. La fiducia, come la vita nel modo in cui la sperimentiamo qui, ha ambivalenze che ci spiazzano, ci sfidano e che abbiamo bisogno di ricomporre. Spesso oscilliamo tra fiducia e diffidenza, come oscilliamo tra stati di coscienza a livelli diversi di consapevolezza. Più egoici siamo, più tendiamo a chiuderci nella nostra fortezza, diffidenti e sospettosi, pronti a sparare ad ogni cenno di movimento che potrebbe mettere in discussione il nostro cantuccio caldo. Per poco però che cerchiamo di lasciare andare un po’ le nostre contrazioni, che ci concediamo un po’ di rilassamento, che abbassiamo la guardia, il senso di ostilità si affievolisce, magari di poco, ma quel tanto che basta a creare una breccia del possibile. Chiaro, niente romanticismi, molto piedi per terra! Il male ci richiama al realismo, se mai ci venisse in mente di avere qualche fantasticheria. Ma se non parto da me, se non faccio io il primo passo, non posso avanzare pretese che lo faccia chi mi sta accanto, preso nelle mie stesse angoscianti paure. Certo, metto in conto che la mano tesa possa anche essere mozzata, ma forse più spesso di quanto immaginiamo, la mano tesa è afferrata e stretta nella richiesta di una comunione profonda di cui abbiamo tutti un disperato bisogno.
    iside

  4. Profondo e che interpella questo post.
    Grazie.
    Lo proporrò come riflessione al gruppo di amici con cui spesso ci confrontiamo e non è escluso che possa essere un buon avvio alla ri-visitazione del senso del Natale.
    Doppio, triplo….grazie.

  5. Mi mandarono a fare un corso, per lavoro, una ventina di anni fa. Il tema era lo sviluppo di un Data Warehouse (DWH), lo teneva un personaggio di spicco nel settore, americano, un guru come lo definì il mio capo.

    Un Data Warehouse è un magazzino dati, un contenitore strutturato in modo tale che sia estremamente agevole leggerli ed elaborarli, tale da favorire l’analisi e la produzione di ulteriori informazioni. Dati micro, elementari ma integrati, è questo il punto di forza, in più non sono volatili bensì seguiti nel tempo. Mettiamo che sia orientato a trattare dati relativi a individui, ciascuna persona può essere descritta secondo molteplici dimensioni: peso, altezza, età, titolo di studio, luogo di nascita, profilo professionale, reddito, stato civile e via via tutto quello che si vuole o che si ritiene utile alle elaborazioni da condurre e tutto questo anno dopo anno. Enorme!

    Un ipercubo di dimensione n, con n grande a piacere, che puoi tagliare a fette e cavarne quello che vuoi a seconda di quel che serve.Ero lì che ascoltavo affascinata questo docente spiegare come si prendono i dati di base dagli usuali database (ogni struttura organizzativa ne ha più d’uno, ci si registrano dati sul personale, dati contabili, dati sul prodotto realizzato … legati alle singole operazioni che si compiono), come si trattano e predispongono per essere riversati in questo magazzino che diventa la base per fornire per esempio servizi, magari innovativi, che prima manco immaginavi. Stavo lì fantasticando su quali belle nuove attività si potessero avviare, quali esigenze soddisfare, quali vie nuove tentare, quando sentii una frase che suonava una cosa tipo “ecco il vecchietto è sistemato”. Il docente spiegava quali inimmaginabili affari si potessero realizzare, in particolare nel commercio online, semplicemente esaminando il log al sito di una certa azienda – strutturato e riversato, insieme con tutte le informazioni che si porta appresso, in opportuno DWH – e quindi riformulando dinamicamente la pagina di interesse così da proporre lì per lì, al malcapitato di turno, gli oggetti con la più alta probabilità di essere acquistati. “Non c’è più bisogno” disse quel docente “di risistemare gli scaffali al supermercato a seconda delle ore della giornata per mettere ad altezza d’uomo i prodotti per i vecchietti che entrano a far spesa alle 11 del mattino, niente più personale che si affanna a far tutto entro i dieci minuti consentiti, molto più agevolmente il vecchietto sarà sistemato con un click. Massimo profitto, minimo impiego di risorse”.

    Una doccia fredda sui miei entusiasmi, altro che servizi gratuiti e bisogni soddisfatti, altro che un mondo di elaborazioni adesso possibile per capire-spiegare-risolvere, mi apparve subito chiara la strada che avrebbe preso tutta quella interessante innovazione, la solita strada della rapina legalizzata, traffici. Che schifezza.

    Anche adesso, roba di questi giorni, su La Repubblica del 26 ottobre in un articolo sui Big Data si legge “… Un algoritmo per selezionare il miglior candidato da assumere, promuovere il miglior dipendente, costruire il team più efficiente, individuare il lavoratore improduttivo. Magari anche elaborando i like ad una marca di patatine fritte digitati su Facebook o le coordinate residenziali che segmentano i quartieri, e le relative appartenenze etniche, di una determinata città…”
    Non fa orrore? Si che fa orrore, almeno spero che faccia orrore ai più.

    Non sappiamo far altro? Non sappiamo dir altro? Proprio così, non sappiamo fare altro perché non sappiamo dire altro.

    Torno un attimo a questa cosa delle dimensioni, dell’iperspazio che mi contiene. Con quanti descrittori posso essere disegnata io (e come me ciascuno di noi), io ora, come cambia il mio indirizzo se lo guardo in questa città, in questo pianeta e su su fino a Laniakea ( Vivere in periferia, M. Castellani ) e giù giù fino al più piccolo micro elemento di questo aggregato che è il mio corpo, risultato di intrecci infiniti, di relazioni passate e presenti, di storie individuali, familiari, sociali, fisiche, io che mi guadagno da vivere in un certo modo, mi ammalo in un certo modo, che uso e distruggo e costruisco (userei creo se mi sentissi di averne il diritto) il mondo che frequento in un certo modo, mondo anch’esso risultato di infiniti intrecci e relazioni lontane ma non dissociate da me, risultato peraltro in continuo incessante mutamento, io coi miei desideri, insoddisfazioni, difetti, gioie, dolori, intuizioni … Una complessità infinita. E come me tutti. Tutti in relazione, senzienti e non senzienti. Tutto.

    Abbiamo una parola per definire ciascuna delle variabili in gioco? Abbiamo una parola per definire ciascuno degli infiniti incroci? No.

    Ne conosciamo alcune, poche, tutte legate al benessere proprio particolarissimo e prevaricatore, nessuna invece di quelle che possono descriverci nell’infinito intreccio dell’Universo e nemmeno le cerchiamo, preferiamo nasconderci, delimitiamo, ci ficchiamo in luoghi angusti e dettiamo regole che sono però sbarre, per non sentirci persi forse.
    Invece dovremmo proprio sentirci persi per trovare il coraggio di saperci affidare, per cercare la guida che ci manca. È oscuro quel che dico, lo so. Non conosco le parole giuste, infatti.

    Provo a dirla così.

    Non so nuotare, mai imparato. Sono capace però di fare il morto. E faccio così: in mezzo al mare, non mi curo di quanto sia vicina o meno la riva, di quanto sia alta o meno l’acqua, mi sdraio, allargo le braccia, respiro, chiudo gli occhi, rinuncio a qualsiasi movimento, assaporo il calore del Sole e mi affido al moto dell’acqua. Bene, so cosa significa “affidarsi”, quindi.

    Ma come vivere poi? come agire in questo punto complesso in cui sono? come vivere la contraddizione dell’essere in periferia e sentirmi al centro e viceversa?

    Forse anche qui devo sentirmi nella contraddizione, essere la contraddizione. Mi è stato detto che devo far fruttare i talenti che mi ritrovo e mi è stato detto anche che Beati sono i poveri in Spirito. Devo quindi riconoscermi povera, bisognosa in Spirito e per ogni atto di talento, ogni movimento che produco, devo cercare lo Spirito.

    1. Grazie cara Maria, per il tuo esteso ed assai interessante commento.

      Mi pare proprio che tra il post di Iside, ed i commenti che ne sono seguiti, stiamo “lavorando” pian piano questa materia dell’affidarsi. Ed è proprio – almeno per me – materia che ha bisogno di essere “lavorata”, ammorbidita, fatta respirare. Con calma, con pazienza.

      E’ come un passaggio di stato, da realizzare ogni volta di nuovo: dalla “angosciosa illusione dell’autonomia” (Giussani) all’accoglienza amichevole del proprio bisogno, della propria mancanza, senza che questo sia scandalo, ma l’occasione per entrare veramente in relazione con l’altro, e con Dio.

      Se infatti non mi accolgo in questa ferita, non entro in relazione con nessuno, nemmeno con l’Essere, perché orbito intorno a me stesso: alla faccia della “periferia”, il mio universo personale è allora assolutamente geo-centrato (e dunque ego-centrato, come diceva Guzzi, basta scambiare appena due letterine…).

      Il punto quale è? Che nonostante ce lo diciamo e ridiciamo, aprirsi a questa ferita, riconoscere la mancanza, è sempre e di nuovo uno “strappo”. Per me lo è, molto forte, perché sono cresciuto “ferito” ma con l’idea di farmi uno “scudo” da tutto ciò che mi potrebbe ferire, in futuro. Purtroppo lo scudo, una volta eretto, blocca tutto, non solo chi ti ferisce ma anche chi ti soccorre. E il lavoro allora è rilassarsi, abbassare le difese, esporre la propria fragilità: essere povero, appunto. Pensare che se mi espongo, se mi affido, non sarò ferito, non sarò attaccato.

      Siamo in un posto sicuro, diceva Marco Guzzi proprio ieri mattina, in Aula Zatti: ci possiamo rilassare.

      Ancora Giussani diceva che

      “il protagonista della storia è il mendicante”

      Colui che chiede, che non ha niente da proteggere, che non deve avere in cambio di una prestazione: deve solo stendere la mano…

      In tutto questo, la scienza che c’entra, direte? C’entra eccome: una visione del mondo così “addolcita” è veramente un nuovo modo di vedere il mondo, l’Universo. Ed è vedere un altro Universo, essere sensibili ad altri spettri di frequenze, ad altre risonanze.

      Più dolci, più amiche.

  6. Sì Eva, il Natale è davvero un evento pieno di affidamento: ogni protagonista è un affidato ad altro-da-sé per diventare sempre più se stesso.
    L’immagine di Maria del non saper nuotare ma di poter “fare il morto” mi ha molto colpita. Mi ha ricordato quando, alcuni anni fa, in uno dei miei momenti difficili in cui da lì a poco sarei stata operata, avevo fatto tappa in una piscina dove mi ero messa “a morto”. In quella posizione, mi dicevo “ascolta bene ciò che senti e tienilo a mente, in modo da ricordarlo quando avrai tanta paura”. Ricordo anche la fatica che facevo comunque ad affidarmi all’acqua, a lasciare andare le contrazioni muscolari e mi dicevo “se non riesco a lasciarmi andare, come potrò poi farlo nei momenti in cui l’angoscia sarà pressante?”. All’epoca non avevo ancora iniziato il percorso Darsi Pace, ma evidentemente, anche nella mia testa razionale, c’era un’intuizione che quel corpo aveva qualcosa da dire alle mie emozioni.
    iside

  7. Grazie anche a Maria: splendidamente lucido “il suo dire” la complessità da vertigine in cui siamo.
    E splendidamente autentico quell’interrogarsi: “Abbiamo una parola per definire ciascuna delle variabili in gioco? Abbiamo una parola per definire ciascuno degli infiniti incroci? No.”

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