Storie

 Ascoltavo un paleoantropologo raccontare una storia a partire da frammenti di ossa di mastodonte ritrovati in California, accanto ad alcune pietre. È affascinante vedere come da un mucchietto di ossa e denti spezzati, ma in quel particolare modo, accanto a pietre ma di quel particolare tipo, si possa ricostruire la traccia della presenza umana in Nord America.

Si pensava che i primi Homo sapiens fossero arrivati, in quello che poi avremmo chiamato il Nuovo Continente, tra i 17.000 e i 40.000 anni fa, attraverso lo stretto di Bering, allora terraferma. Ma l’alloggiamento geologico di quei pezzetti di ossa di un animale estinto ci fa balzare indietro di 100.000 anni almeno. La curiosità si accende, dobbiamo colmare i vuoti, non riusciamo a resistere. E la narrazione parte.

Come seduti attorno al falò gli antichi raccontavano storie di origini lontane, così oggi raccontiamo storie di antichi a partire dalle poche tessere disponibili per aggiungere al puzzle ancora qualche colore e qualche forma. In attesa che altri elementi vengano alla luce.

Le superfici di rottura delle ossa californiane fanno presagire una frantumazione premeditata che solo Homo sapiens avrebbe potuto operare. Ci hanno riprovato i paleoantropologi: si sono messi di buon grado, con pietre simili a quelle trovare nel sito archeologico e hanno iniziato a colpire ossa analoghe ottenendo risultati simili ai ritrovamenti.

Un pugnetto di ossa, poi ci mettiamo alla prova se siamo capaci di fare altrettanto e di lì dipaniamo la storia di uomini e donne lontani che hanno abitato terre considerate senza umanità fino a ben più tardi.

Per fare scienza abbiamo bisogno di metodo, che sia quello scientifico delle osservazioni sul campo, delle prove in laboratorio, delle misurazioni, delle valutazioni. Ma non possiamo fare a meno delle storie per riempire i buchi nelle tabelle.

Seppure raccogliamo big data, che richiedono poi anni o decenni per essere analizzati, non possiamo sottrarci ad ipotizzare, creare teorie, cioè immaginare mondi, dipingendo con la narrazione ciò che la ragione e il dato non riescono a dirci.

Non possiamo fare a meno, di raccontare storie…

Se guardiamo al profondo universo non facciamo di meno. Nuovi pianeti vengono ormai scoperti a getto continuo, quasi quasi non fanno più notizia. Dalle immensità siderali, basta il transito di un pianeta davanti alla sua stella e la spettrometria di pochi elementi per farci sognare di mondi remoti, di abitanti possibili, di compagni di viaggio, magari cugini batteri, che potrebbero succhiare energia vitale da sorgenti di idrocarburi. Il richiamo delle stelle, benché misurato, ha le stesse caratteristiche di quello degli antichi.

Sognare, immaginare, raccontare: non sono verbi ortodossi per la scienza, ma forse è tempo di rivedere la dottrina, per essere certi di non lasciare indietro nulla che ci possa aiutare a capire chi siamo, cosa ci facciamo qui su questo pianetino. L’illusione della purezza del metodo ci allontana schizzinosi per paura della contaminazione, mentre soltanto con le mani immerse nella terrestrità, tutta intera, potremo davvero indagare il senso del nostro vivere.

Abbiamo adorato la ragione per secoli, abbiamo zoomato su questa parte di noi eleggendola a nobile dama, poi monarca assoluta e perciò tiranna. Ma chi è lasciato indietro tiene il suo posto, brontolio di sottofondo, voce inascoltata e non riconosciuta, ha le sue strategie per esistere comunque, perché l’emozione è primaria, il gesto precede la ragione. E sono tutt’uno.

Ragione non vale di più, ha frainteso: si vince soltanto se si fa gioco di squadra. La sintesi è sapienza.

5 commenti su “Storie”

  1. Tu scrivi che

    “per fare scienza abbiamo bisogno di metodo, che sia quello scientifico delle osservazioni sul campo, delle prove in laboratorio, delle misurazioni, delle valutazioni. Ma non possiamo fare a meno delle storie per riempire i buchi nelle tabelle.”

    Esatto, esatto.

    Proprio in questo trovo molto conforto, devo dire. Trova conforto la parte di me che sente un estremo bisogno di un mondo che sia, prima di tutto, raccontabile. Che si presti alla narrazione, all’esposizione.

    Le cose che fan più paura, del resto, sono quelle non raccontabili. Le paure più terribili sono quelle “mute”, che non ammettono (che sembrano non ammettere) una declinazione in parole. Allora la terapia, perfino la terapia psicanalitica, è in fondo uno scambio di parole, è un possibile racconto che inizia a prefigurare una ipotesi di senso, in cui si trova l’inizio di un liberazione, di un percorso verbale nella guarigione, nella comprensione, nella conversione. Questo per dire che secondo me la nostra modalità conoscitiva è essenzialmente linguistica, appunto: raccontabile.

    E la scienza, essendo umana, non può esimersi dalla necessità di declinarsi in un racconto.

    Infine: un risultato scientifico, un’equazione. La capisco veramente quando posso raccontarla, posso avvolgerla di parole e consegnarla a chi la matematica non la capisce. Avvolgere di parole le cose è il presupposto per poterle scambiare con chi ti è vicino. Raccontare è una premessa indispensabile ed un viatico formidabile per condividere l’avventura scientifica.

    Come è sempre stato, del resto.

  2. Carissima Iside…che storia!

    Mi riferisco alla fatica di arrivare fin qui, nello spazio commenti del tuo ‘post’ (un’ esperienza comunque utile anche questa, spero, per mettere a fuoco eventuali criticità del blogAS)! [Il commento si riferisce a quando il blog era ospitato su Medium, ndr]

    …ma parliamo ora delle tue “storie” e soprattutto dell’ importanza di un’ attitudine prettamente umana che non sempre si riscontra anche in ambito “scientifico”. Mi riferisco a quella capacità di osservazione attenta della realtà che può rendere decisamente interessante anche ciò che sembra in apparenza ‘banale’.

    Il ‘valore aggiunto’ (riferito a dati di un tempo e di uno spazio anche lontanissimi) sta proprio in CHI guarda, osserva, mette in relazione e dà senso a frammenti di realtà a prima vista ‘insignificanti’.
    Non si tratta più di separare (oggettività dei dati/soggettività dell’ interpretazione) ma di integrare e quindi di poter “ipotizzare, immaginare mondi, creare teorie”.

    Cara Iside, sono d’ accordo con te…questo immergersi nella “terrestrità per intero” vuol dire rivendicare un posto (e quindi dare voce) a dimensioni dell’ umano ‘negate’ finora dalla “pura ragione” della Scienza, nonostante penso sia la strada privilegiata per arrivare a quella “sintesi sapiente” di cui tu scrivi.

    Questa “immersione” credo sia fondamentale per dare motivazione profonda alla ricerca scientifica che non muoverebbe un passo senza la passione e i pensieri ’caldi’ di coloro che la praticano.
    Per non parlare poi della divulgazione dei risultati di tale ricerca…
    Se non intervenisse l’ aspetto ‘immaginifico’ del divulgatore ci troveremmo difronte (e ci siamo trovati spesso) soltanto a fredde elencazioni di dati e di ancor più fredde descrizioni di reperti e di fenomeni ottenendo, come unico risultato, l’ allontanamento dei ‘comuni mortali’ dal lavoro degli scienziati.

    A questo punto permettimi una ‘digressione’ anche se un’ associazione di idee c’è…infatti mi vengono in mente certe noiosissime visite guidate (in ambito storico-artistico) da parte di eruditissimi “operatori di beni culturali” che, per essere il più possibile “oggettivi e scientifici” scaricano su bendisposti (fino a quel momento) cittadini, vagonate di dati, perlopiù insignificanti, senza minimamente far capire loro il ‘senso’, lo ‘spirito’ di un’ epoca o della vita di un artista, attraverso la lettura di un dipinto o scultura o edificio storico che sia.

    Insomma, o l’uomo riconosce e sa far interagire tutti gli elementi della “squadra” di cui è composto, o mancherà sempre qualcosa nei risultati del suo lavoro, qualcosa che parla della sua integrità non ancora conquistata!

  3. Grazie Maria Carla per la perseveranza!

    Non credo che tu abbia fatto nessuna “digressione”. Sappiamo infatti che abbiamo a che fare con una mentalità trasversale. Il rivolgimento della prospettiva è una vocazione rivolta a tutti.

  4. Molto illuminante questo post. Ma io faccio fatica ad orientarmi nel vostro blog, quasi quanto …nell’universo. Quale è l’ordine di successione dei post? Aprendo il sito non si trovano i primi, ma quelli ancora estivi. Quale logica seguite: quella evangelica?

    1. Grazie Mariapia, per i complimenti ai nostri post! 😉

      Mi dispiace per la fatica nell’orientarsi nel blog; stiamo lavorando molto da questa fine estate proprio per cercare di delineare un ambiente più chiaro possibile. Credo che tra un po’ i frutti di questo (non trascurabile) lavoro saranno più evidenti, e vi chiedo un po’ di pazienza 😉

      In particolare, per l’ordine di successione, approfitto qui anche per avvertire gli altri lettori: può esserci qualche piccola confusione perché stiamo importando piano piano i post che stavano nel vecchio blog (quello ospitato su Medium).

      Proprio per generare il meno possibile di “entropia”, ogni post importato mantiene la data originale. Scorrendo il nuovo sito, infatti, si trovano in rigoroso ordine cronologico. La cosa a cui puoi far inoltre riferimento per ancor maggiore chiarezza è la sezione ARTICOLI RECENTI a sinistra nel blog, lì trovi gli articoli nell’ordine corretto.

      La sezione chiamata IN EVIDENZA è invece ancora in allestimento, e mostra alcuni articoli tra quelli vecchi, che vogliamo comunque far risaltare (forse la confusione deriva da lì).

      Un abbraccio! 😉

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