Al dio protocollo

Sul Monte Olimpo della Medicina, il dio Protocollo va per la maggiore. I suoi sacerdoti, gli OperatoriSanitari, presiedono austeri alle cerimonie sacre, dove la ritualità è strettamente scandita.

Profano è introdotto nell’atrio del tempio dove Operatore Uno scartabella il TestoSacro/ManualeDiagnostico e pone un’etichetta sulla sua fronte. Dalla funzione battesimaleProfano emerge con una nuova identità e un nuovo nome: sarà riconosciuto per la sua diagnosi, espressa con sigla in codice e nome esteso. A questo punto, X — d’ora in poi lo chiameremo così per ragioni di privacy — viene ammesso alle varie navate del tempio dove si avviano le celebrazioni al dio Protocollo.

 

Operatore Due consegna a X la lista delle libazioni che dovrà eseguire in via Crucis, negli altri edifici del complesso templare. Operatore Tre, avendo esaminato attentamente il TestoSacro/LineeGuida, verifica che X abbia effettuato tutte le abluzioni del caso: TAC, RMN, esami del sangue, esame delle urine. Troppi asterischi, peccati capitali! La tabella dice che la sua pressione sanguigna non è adeguata all’età, il BMI è troppo elevato: se proprio non riesce a perdere peso, veda almeno di allungarsi in statura, così da entrare nei valori previsti dalla griglia. Il dio Protocollo è un dio intransigente, non ammette sgarri alle sue regole.

Essendo X un peccatore irrefrenabile, restio alla conversione spontanea, Operatore Tre non ha altra scelta che prescrivere una terapia. X azzarda una domanda, prova a sottrarsi a ciò che non capisce, poi tenta la via della contrattazione, magari si potrebbe regolare il dosaggio, con quel farmaco ha già avuto problemi in passato. No, assolutamente no! Il dio Protocollo è chiarissimo al riguardo e Operatore Tre va al tabernacolo, estrae l’effige del dio e fa giurare X che seguirà rigorosamente tutti i comandamenti.

Dopo qualche tempo, ritornato al tempio per la cerimonia di verifica, X sa in cuor suo di aver molto peccato e le analisi non mentono, gli asterischi sono lì a mostrargli la sua infedeltà al dio. Operatore Quattro lo redarguisce aspramente, i suoi parametri sono ancora fuori tabella. Questa insubordinazione non può essere tollerata. Il dio Protocollo è inequivocabile: chi non obbedisce alle sue norme sarà immolato sul suo altare. X prova a balbettare qualche giustificazione in proprio favore, cerca di impietosire gli OperatoriSanitari, ma tutto è inutile. Nessuna inflessione è ammessa dal dio Protocollo.

Si apre così il rito finale, sull’altare arde il fuoco sacro, X dice le sue ultime orazioni.

Ad assistere alla scena, da dietro un trittico di pregio, Operatore Cinque sente un moto nel cuore. Possibile che sia proprio così? Eppure aveva giurato con Ippocrate, non con Protocollo, ricorda. Per X ormai è troppo tardi, ma per Y, che lo sta aspettando nella cappella laterale, forse si può fare qualcosa. Forse la potenza dominatrice del dio Protocollo non è del dio, ma dei suoi sacerdoti che, seguendo una liturgia senza sbavature, hanno smesso di interrogarsi sull’umano e hanno attribuito al dio Protocollo poteri che non ha, intenzioni che non ha. Forse è tempo di ripensare la sua teologia.

Con coraggio, Operatore Cinque prende in mano l’effige del dio, legge con attenzione il suo TestoSacro e sottolinea le migliaia di volte in cui si usa il condizionale, si mettono dei forse, si danno percentuali e non certezze, si indicano tendenze e non assoluti, si consiglia e non si impone.

Operatore Cinque guarda negli occhi Y, al quale innanzitutto restituisce il suo nome, perché non ha più paura della normativa sulla privacy. Lo chiama per nome, e inizia la rinascita. Operatore Cinque ascolta cosa il suo paziente ha da raccontare, come si sente, quali sono le sue sensazioni; solo dopo consulta le Linee Guida, guarda le analisi, decodifica le tabelle. Riconosce un essere umano tutto intero, parte integrante del team che coopera per la cura.

Protocollo in realtà non voleva questa distorsione del suo annuncio, perché ci deve sempre essere spazio per adattare le indicazioni generali alla situazione personale. Scambiare i mezzi con i fini è un gioco pericoloso che porta a sacrificare un essere umano al culto del sabato.

Non c’è altra grandezza fondamentale se non la creatura che si ha di fronte: questo è il primo e più importante dei comandamenti, la bussola che orienta tutto il resto.

Abbiamo bisogno di una medicina che si avvicini alla persona con la finezza dell’orafo che maneggia piccole cose delicate, una medicina che sappia trarre il massimo dalle acquisizioni scientifiche ma le sappia anche interpretare in un contesto più ampio. Abbiamo bisogno di medici che non si pongano come tecnici aggiustatori di meccani da risistemare, ma come esseri umani in colloquio con altri esseri umani, medici per i quali il successo terapeutico non può fare a meno della relazione, che sia la relazione medico-paziente, o la relazione tra le discipline.

6 commenti su “Al dio protocollo”

  1. Il problema che mi sono posta riflettendo su questo tema è quando la procedura scalza la vita, quando lasciamo prevalere la meccanicità dei percorsi diagnostico-terapeutici e li blindiamo su binari unici. Allora le tabelle, i numeri, le schede da compilare, le caselline da riempire prendono il sopravvento.

    Qui però si va ben oltre la buona volontà e l’empatia di un singolo professionista — che è comunque cosa sempre molto gradita dal punto di vista del paziente. Tuttavia, il singolo ben intenzionato operatore sanitario, che si fa domande sul proprio modo di relazionarsi con i suoi pazienti, lavora comunque in un contesto che gli richiede di contare la sua professionalità in termini di quante prestazioni produce, di quanti farmaci prescrive, in definitiva di quanto costa.
    Occorre mettere mano all’aratro e andare molto a fondo per dissodare un terreno che ha bisogno di rivolgimenti a vari livelli: quelli economico, sociale, di politiche sanitarie, ecc. ecc. e quindi in definitiva di politica tout-court.

    Il lavoro è epocale, ha l’ordine di grandezza dell’umanità tutta intera, ma non può che iniziare dalle avanguardie di persone che intravedono luci oltre gli orizzonti offuscati dello stato ordinario di un pensiero ingabbiato.

  2. Ho trovato particolarmente originale il post di Iside, crudo ma certamente vicino, ahimè, ad alcune realtà sanitarie.

    Tuttavia, l’impressione immediata che può trasmettere è quella di stigmatizzare come tutto negativo il mondo della nostra sanità, che viene presentata come ostile, meccanica, inutilmente cinica e anche un po’ sadica, ma che con tutte le sue storture viene ufficialmente classificata tra le migliori sanità in Europa e nel mondo.

    Concordo che il nostro sistema sanitario è estremamente burocratizzato e composto da personale assai variegato. Chi, come me, ha sofferto in prima persona di una seria malattia cronica avrà incontrato nella sua esperienza di paziente un ampio ventaglio di tipologie di operatori sanitari: dalla sfinge-menefreghista al competente-empatico.

    Però va detto che i protocolli diagnostico-assistenziali basati sulle evidenze costituiscono uno strumento prezioso sia per il medico (che ha una guida chiara e aggiornata) che per il paziente (che ha un termine di confronto rispetto a quanto prescrittogli), evitando a ciascuno di noi, cittadini e pazienti, trafile di indagini inutili, se non dolorose o invasive, nonché terapie francamente vane o addirittura dannose.

    In definitiva, credo che non ci dobbiamo stancare di segnalare con chiarezza ciò che non funziona in ambito sanitario, come ha fatto Iside, ma credo fermamente nella urgenza di promuovere una nuova forma di attenzione alla salute che coniughi una sanità più empatica e l’apprendimento di pratiche quotidiane terapeutiche individuali mirate al benessere della triade corpo-mente-spirito.

    1. “La triade corpo-mente-spirito”

      Io oserei ancora di più, avrei infatti l’ardire di mettermi in ricerca di una sintesi così intima da non vedere neanche più una triade, ma un’unità armonizzata, integrata al punto da scorgere corpo, mente, spirito come espressione di una complessità che man mano si articola in livelli superiori di organizzazione emergenti da un’unica sostanza.

      Un po’ come dire: la parola “casa” evoca un’unità e una complessità che vanno ben oltre il dire “pareti, porte, arredamento”.

      Anche qui però il lavoro culturale è enorme. Per ora mi pare che il massimo che sia stato pensato sia una giustapposizione di corpo, mente e spirito, come se fossero tre parti distinte. E dare loro una pari dignità, senza prevaricazioni di una sulle altre, è già un primo passaggio. Tuttavia, nella nostra esperienza, se ci ascoltiamo bene, i confini si sfumano e non c’è nulla che possa prescindere dal corpo. Mente, anima, coscienza, spirito … sono tutti modi di dire un di più che tuttavia è sempre e ancora figlio della terra, perché noi esistiamo solo così. Ridare al corpo la sua dignità: intanto si potrebbe iniziare da qui. E provare a sentire nel corpo l’emozione che prende forma.

  3. E’ giustissimo quello che scrivi. Ed è assai meno scontato di quanto ci potrebbe sembrare, leggendolo serenamente dal divano o in un ambiente comodo, fuori dal contesto sanitario.

    Perché credo che tutti abbiamo conservato esperienze spiacevoli di come, a volte, si venga trattati in ogni modo tranne che come persona.

    Il solo fatto di dire (come impariamo dai telefilm) c’è un calcolo renale e poi una appendicite.. mostra come l’umanità venga a volte totalmente elisa. Non sei una persona, sei un organo malato, sei una performance da realizzare, sei — a volte — una seccatura. E la tua umanità è un fastidio, spesso.

    Mi chiedo, ma deve proprio essere così?

    Ricordo da piccolino, mia mamma che mi porta alla ASL perché avevo mal di gola, il medico di turno sbrigativamente mi guarda in bocca e quasi con fastidio dice ah ma signora, non gli ha ancora tolto le tonsille? Beh lo faccia, arrivederci.

    Io e mia mamma siamo andati via scioccati. E per inciso, quelle tonsille stanno ancora lì, grazie al cielo (e alla saggezza di mia mamma).

    Altra cosa, visita ortodonsistica in una prestigiosa struttura romana. Arriva il superchilurgo osannato e rispettato da tutti, ostenta tracotanza e sicurezza, senso dell’importanza del suo tempo, mi guarda un momento e fa eh sì qui c’è da operare alla mandibola. Prendiamo le foto così potremo procedere. E ci scarica agli assistenti. Un instante, e siamo fuori, a prendere queste foto.

    Quasi allucinante.

    Zero empatia, zero attenzione alla mia umanità, a chi sono, a perché sono qui, a come mi sento. Zero. Eppure un chirurgo ormai affermato, come quello che avevo davanti, se lo sarebbe potuto ben permettere.
    Invece, zero.

    Quella operazione — che poi mi dicono abbastanza invasiva, e sicuramente molto costosa — non è stata fatta. Grazie a Dio, non c’è stato questo estremo bisogno.

    Un caso di struttura pubblica, uno privata. Tutti ne abbiamo.

    Per onestà, devo dire che ci sono anche tanti casi completamente opposti, tanti medici ed infermieri che si prodigano in maniera commovente, davvero commovente.

    Non è infatti un attacco ad una categoria, ma un segnale di un disagio da guarire. Un disagio che abbiamo tutti. Una spia del fatto che la ipertecnologia senza un’anima, fa soffocare. Chi la esercita e chi la subisce, ugualmente.

    Io penso che la dimensione spirituale — ora intesa in senso largo, non necessariamente o esclusivamente cattolica — sia la medicina che dobbiamo recuperare, per rendere il mondo più umano. La mente da sola avvelena il mondo, la spiritualità lo guarisce.

    Avvengono casi di umanità, infatti. Avvengono cose simili a quelle che descrive J. Carron nella sua intervista a JotDown:

    Quelli che incontravano Gesù erano tanto sorpresi da ciò che succedeva stando con lui da esclamare: «Non abbiamo mai visto una cosa simile». Sperimentavano un tale fascino che gli andavano dietro. Mi raccontava una suora che mentre era all’ospedale ha visto entrare fra le infermiere una che era diversa. Inizia a domandare e scopre che era una che viveva una certa esperienza cristiana. Lo stesso le è accaduto la settimana dopo, con un medico che ha richiamato la sua attenzione. Questa scoperta l’ha portata a chiedere loro di aiutarla nella gestione di un ospedale che sta costruendo in Etiopia. E giustificava la sua richiesta dicendo che voleva che gli etiopi potessero incontrare persone che comunicassero la novità di vita che nasce dalla fede attraverso il modo con cui vivevano il loro lavoro. Se non è così, se non accade come agli inizi, il cristianesimo non interesserà a nessuno…

    Credo che il punto sia questo. Non siamo bigotti o interessati a dispute dottrinali, appassionati a congressi e a convegni ecclesiali, o cose simili.

    Siamo solo desiderosi di questa nuova umanità, da ricercarla dove la troviamo. E quando la troviamo, ne tocchiamo il bordo del mantello, proviamo ad andarle dietro.

    Per pura convenienza.

  4. Sono d’accordo con te, non è possibile ridurre la cura di una persona a protocolli preconfezionati. La medicina deve essere “arte della cura” e non tecnicismo.

    Il protocollo è figlio di un approccio meccanicista e riduzionista all’uomo: la complessità della persona viene perduta esaltando, invece, la parte che in quel momento si ritiene malata, concentrando tutta l’attenzione su quel punto e perdendo di vista la globalità. Si considera la causa dal punto di vista puramente fisiopatologico, il rimedio diventa una mera risposta armata a questo “errore”.
    Per questo il protocollo, come lo schema o la linea guida, non potrà mai essere una risposta definitiva e soddisfacente, anche se può dare un buon indirizzo all’operatore che agisce attraverso la consapevolezza di questi limiti.

    Abbiamo bisogno di indicazioni, di suggerimenti, di condivisione di esperienze, ma questi non possono diventare legge. Si sta cercando di uniformare le risposte, appiattendo le opinioni e prospettando il pensiero unico.

    E soprattutto c’è bisogno di sviluppare la consapevolezza che l’uomo non è un meccanismo biologico, ma la sua corporeità è intrinsecamente abbracciata a tutte le altre dimensioni della vita.

  5. …una sintesi così intima da non vedere neanche più una triade, ma un’unità armonizzata, integrata al punto da scorgere corpo, mente, spirito come espressione di una complessità che man mano si articola in livelli superiori di organizzazione emergenti da un’unica sostanza.

    Grazie Iside, è proprio una bella definizione quella di “unità armonizzata”! E anche l’esempio della casa è assolutamente evocativo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *