Nell’ora di letteratura, durante la lettura di un brano fantasy, i ragazzi si soffermano perplessi difronte alla parola disastro e alla forte prova di dolore affrontata dal protagonista. Quel dolore risuona tristemente nei loro cuori, chiedono una spiegazione più ampia, vogliono capire e sentirsi rassicurati
Riconosco molto bene quel dolore, sono molti anni che passo tra i banchi e puntualmente lo ritrovo nello sguardo spento e implorante, nella voce strozzata, nel gesto pieno di rabbia, nella parola violenta, nelle lacrime amare e ribelli. Ciò che più fa male è non riuscire a decifrare l’origine del proprio dolore e sentirsi incapaci di viverlo; un dolore non riconosciuto e non accolto si trasforma in cinismo, rabbia e pericolosa indifferenza. Solo risvegliando la sua parte più profonda, l’essere umano può prendersi cura di sé e guarire il dolore.


Credo sia importante ripassarci per tappe, perché il lavoro qui richiesto non è tanto un’addizione di un contributo di nozioni, nella nostra mente già affollata e stratificata, quanto una sostanziale metanoia, una radicale conversione, una sapiente e necessaria deviazione da una strada ormai sterile ad una più feconda: un tragitto verso un nuovo modo di vedere tutto, e perciò – cosa che in questo ambito specificamente ci interessa – la scienza nel suo insieme.
Un lavoro di questo tipo, pertanto, cioè un riassetto del sistema di riferimento entro cui vogliamo lavorare, non può normalmente compiersi una volta per tutte, ma assume piuttosto una natura sua specifica, che mi piace definire agricola. Come se si avesse a che fare con un terreno che ha bisogno di essere lavorato, ancora e di nuovo. Passato e ripassato, con pazienza, perché possa diventare fertile. Altrimenti si rischia che una intuizione possa brillare come sfavillante supernova nel nostro cielo mentale per un secondo o due, ma senza lasciare traccia permanente, senza modificare in modo sostanziale quello stesso cielo.