Friedrich Nietzsche e il cambio di paradigma

“La nuova concezione del mondo: un dialogo fra fisica e filosofia” (quarto capitolo)

In questo umile cammino del pensiero, stiamo cercando di intravedere i tratti misteriosi ma incalzanti di una trama che attraversando i secoli ci conduce, proprio ora, ad una nuova visione dell’universo e della realtà dell’essere umano. Siamo partiti infatti dalla filosofia greca, per giungere alle soglie della modernità con Giordano Bruno e la svolta copernicana. Da ultimo ci siamo soffermati sulla rivoluzione operata da Kant, per la quale siamo chiamati a mutare profondamente il rapporto fra l’oggetto di ogni conoscenza e il nostro stesso sguardo. In questo nuovo capitolo infatti questa intuizione viene approfondita, aprendo a nuove e inedite scoperte.

Facciamo ancora un passo oltre. So che mi starete un poco odiando con tutti questi filosofi e concetti e astrazioni, ma credetemi, ne varrà la pena, perché credo che stiate intuendo quale grande apertura di prospettiva si stia lentamente annunciando attraverso questi grandi pensatori.

Ebbene, spostando il nostro orologio ideale alla seconda metà dell’ottocento arriviamo a Friedrich Nietzsche, un pensatore che ha segnato la nostra storia recente, al di là del bene e del male direi. Nietzsche ci interessa perché sviluppa e prosegue sulla scia di Kant alcune intuizioni che poi saranno pienamente sviluppate dalla fisica teorica contemporanea.

Friedrich Nietzsche nel 1882

Nietzsche inizia la sua riflessione proprio da dove Kant l’aveva terminata. Se la realtà perciò, e quindi il mondo che siamo chiamati a conoscere, e che ci attira nel suo mistero abissale, non è una entità statica e dipende costituiva-mente dalle nostre categorie razionali, allora potrebbe essere lecito fare un passo oltre e chiedersi:

ma se queste categorie che abbiamo elaborato in un qualche modo fornissero una descrizione parziale della realtà, che ne coglie solamente alcuni aspetti, o che in qualche modo ha bisogno di queste categorie per pensare la realtà, non sarà forse possibile che la realtà sia un qualcosa di più ampio e misterioso di quanto io mi possa immaginare con i miei strumenti?

Nietzsche infatti porta fino in fondo la critica della ragione avviatasi con Kant, e discute la legittimità dei concetti tradizionali del nostro modo di esperire la realtà. Egli inizia a capire che la stessa nozione di sostanza, di causa-effetto, non sono sufficienti per spiegare integralmente i fenomeni nella loro complessità strutturale.

La nozione di sostanza, così come quella di causa-effetto, sono nostri modi di renderci pensabile l’esperienza, cioè formulazioni attraverso le quali possiamo concepire un fenomeno come fenomeno. Non significa che siano sbagliate, ma che sono relative al nostro modo di fare esperienza della realtà. Non esistono perciò sostanze in sé, le une separate dalle altre, così come non sussiste il modello tradizionale secondo il quale un soggetto, sia esso una forza o un agente, causa un effetto, perché appunto questa è una modalità parziale di pensare la struttura stessa della realtà.

Dice Nietzsche:

“Quando si sia compreso che il “soggetto” non è qualcosa che agisca, ma solo una finzione, si hanno diverse conseguenze. Abbiamo inventato la cosalità soltanto a immagine del soggetto e l’abbiamo introdotta nel guazzabuglio delle cose per interpretarlo. Se non crediamo più al soggetto che agisce, cade anche la credenza in cose che agiscono con effetti reciproci, in rapporti di causa ed effetto tra quei fenomeni che chiamiamo cose. [1]

Cade naturalmente anche il mondo degli atomi operanti, che fu ammesso sempre sulla base del bisogno di soggetti.

Cade da ultimo anche la “cosa in sé”: questa infatti, è in ultima analisi la concezione di un “soggetto in sé”. Ma abbiamo capito che il soggetto è una finzione. Opporre fra loro “cosa in sé” e “fenomeno” è insostenibile: ma con ciò scompare anche il concetto di “fenomeno”.

Nietzsche non vuole dire che il soggetto è una finzione nel senso che non esiste, ma nel senso che appunto è una costruzione del soggetto umano (che, se non esistesse, non potrebbe nemmeno creare il concetto di “soggetto”), dal latino fingo, che significa appunto plasmare, modellare. In questo senso ci possono aiutare queste parole sempre di Capra:

“la teoria della relatività ha mostrato che la massa non ha nulla a che fare con una qualsiasi sostanza, ma è una forma di energia. Quest’ultima, poi, è una quantità dinamica associata ad attività o a processi. Il fatto che la massa di una particella sia equivalente a una certa quantità di energia significa che la particella non può più essere considerata un oggetto statico(una cosa in sé), ma va intesa come una configurazione dinamica, un processo coinvolgente quell’energia che si manifesta come massa della particella stessa.”[2]

Lo stesso Nietzsche dice:

“Le sensazioni e i pensieri sono una cosa estremamente piccola e rara se confrontati con gli innumerevoli eventi che hanno luogo in ogni istante. D’altro canto, percepiamo una finalità che regna nei minimi eventi, rispetto a cui il nostro sapere più eccelso non è all’altezza: una previdenza, uno scegliere, un connettere, un riparare ecc. In breve, troviamo un’attività che si dovrebbe ascrivere a un intelletto enormemente più elevato e lungimirante di quello che ci è noto.[3]


[1] La volontà di potenza, p. 303

[2] Il Tao della Fisica, pp.92

[3] La volontà di potenza, p. 366

5 commenti su “Friedrich Nietzsche e il cambio di paradigma”

  1. Caro Francesco,

    estremamente stimolante questo “passo” del cammino, direi, perché arriviamo proprio a comprendere come le rivoluzioni scientifiche del mondo moderno – e qui penso soprattutto alla fisica quantistica, con la sua radicale messa in discussione di un mondo “oggettivo” da poter osservare in modo neutro – non sono arrivate a seguito di limpide deduzioni logiche ed esperienze empiriche, come a volte si pensa.

    Invece, sono “modalità ricettive” rese possibili dal progresso filosofico e dalla lenta mutazione, dalla costante ruminazione delle idee, come maturata da chi ha saputo intuire e rivelare lo “spirito del tempo”. La scienza può germogliare su un terreno già aperto, già inizialmente “arato”, apre ed approfondisce delle idee già pensate, portandole poi ad una fioritura robusta e definitiva, articolandole in una struttura matematica, che a sua volta rilancia l’indagine filosofica. Ecco, credo che la connessione forte, la sinergia innegabile, tra scienza e filosofia venga a galla in modo piuttosto convincente, in questo percorso.

    La perdita di “oggettivizzazione” del reale, che diviene un campo di possibilità e non più una collezione di oggetti e dati, l’allentamento del rapporto causa-effetto, ricondotto ad una sorta di modalità percettiva (e dunque non ostacolante altre e misteriose modalità di rapporto tra cose ed eventi come la “sincronicità” junghiana), tutto ciò non ci deve portare ad un disorientamento, con esiti nichilistici, ma ad una ripresa di entusiasmo – secondo me – per i tratti di meraviglia che il mondo fuori e dentro di noi, sta riacquistando, dopo il fiaccarsi, lo sfibrarsi dell’hybris positivista.

    Insomma, siamo proprio alle soglie di un mondo nuovo, e lo siamo adesso.

  2. Ciao Francesco!
    Mi potresti aiutare a capire meglio lo specifico del contributo di Nietzsche in questo ampliamento della comprensione del soggetto in quanto coinvolto nella movimento della conoscenza?
    A grandi linee ovviamente…
    Grazie
    iside

  3. Cara Iside,
    credo che il nucleo sia questo:

    dopo Kant abbiamo capito che la realtà in quanto tale,
    intendendo l’essere nel suo senso più ampio,
    non si dà mai senza un soggetto che la esperisce
    e la plasma.

    Con Nietzsche questa intuizione viene portata
    avanti, arrivando a dire che “non esistono fatti,
    ma solo interpretazioni”, ovvero che il darsi della realtà,
    di qualsiasi realtà è sempre un rapporto co-creativo
    che coinvolge il soggetto pensante e fisicamente esistente.

    Il processo di conoscenza richiede perciò di abbandonare
    l’idea di un mondo fatto di cose, sempre uguali a se stesse,
    di oggetti fissi e separati, di cui il soggetto è il paradigma ultima,
    a favore di un ingresso nel flusso dinamico dell’essere,
    nel quale conosciamo e ri-conosciamo noi stessi.

    Ciao
    Francesco

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