Un dialogo tra fisica e filosofia

“La nuova concezione del mondo: un dialogo fra fisica e filosofia”

Primo capitolo: le origini

Premessa. Questo testo vorrebbe essere una riflessione sul rapporto fra filosofia e fisica, e più in generale sulla relazione fra le varie discipline scientifiche, che sembrano essere oggi sempre più separate e chiuse in ambiti distanti gli uni dagli altri.

Pubblicheremo questo scritto a puntate, attraverso un itinerario che va dalle origini della filosofia e della fisica, nel pensiero greco, per passare poi alla modernità e alla contemporaneità. Cercheremo perciò di scoprire se è ancora possibile una con-versione delle molteplici branche del sapere, al fine di distillarne una sintesi inedita per l’essere umano di oggi.

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Lavori in corso

Stiamo lavorando su questo sito, che sarà il nuovo blog di AltraScienza, dopo la migrazione dalla piattaforma Medium. Piano piano inseriremo i vari articoli già pubblicati su sito Medium, e riprenderemo la pubblicazione di nuovi interventi.

Medium è stato un esperimento molto interessante; tuttavia dai feedback ricevuti da molti utilizzatori di AltraScienza – ed anche per alcuni cambiamenti introdotti nella piattaforma stessa –  abbiamo deciso, nel comitato di redazione, di spostarci su un ambiente diverso, più familiare tra l’altro agli utilizzatori del sito DarsiPace.

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Il bambino e il gigante

C’era una volta un bellissimo bambino, nato da due giovani ragazzi inglesi che lo amavano ed erano molto felici che fosse entrato nelle loro vite.

Il piccolo si chiamava Charlie e nel primo mese di vita stava bene, era assolutamente come tutti gli altri: succhiava latte, stava in braccio ai suoi genitori, ogni tanto strillava, faceva popò e dormiva beato nella sua culla. Parenti e amici accorrevano, come accade in genere in questi casi, per vedere il neonato, complimentarsi con i genitori, e portare regali.

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Sentire, by the pricking of my thumbs

Nella nostra usuale egocentratura, siamo soliti pensare che solo noi esseri umani siamo in grado di “sentire”. Nella nostra magnanimità, comunque, siamo disposti a concedere l’attributo di senziente anche agli animali, ma che siano “superiori” cioè vertebrati, altrimenti velocemente togliamo loro le mostrine della sensibilità.

Le piante, invece, non sono proprio prese in considerazione. Si è mai visto che le piante possano “sentire”? Sono ottimi ornamenti, gran guadagno per una dieta più sostenibile e salutista, ma per il resto stanno ferme e non fanno niente.

 

Il team di Monica Gagliano all’Università dell’Australia Occidentale ha accettato la sfida e ha studiato la risposta delle piante ai suoni. Il rumore dell’acqua pare particolarmente attraente, al punto che esse orientano la crescita delle radici verso la sorgente sonora fino a raggiungerla. La riproduzione sperimentale del rumore della masticazione delle foglie da parte di un bruco produce invece una sorta di “acquolina” difensiva e la pianta prepara l’armamentario chimico che emetterà non appena un bruco inizierà effettivamente a mangiucchiarle le foglie.

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A casa, in un universo più amico

Mi colpisce che alla fine, al di là di ogni strategia mentale che possiamo avere, che possiamo decidere, le cose sono sempre semplici, più semplici. Sì. Sono sempre semplici. In fin dei conti, basta aderire alla realtà così come ti si presenta davanti, ti si srotola davanti, e non c’è — non ci sarebbe — da pensare altro. E’ forse una forma di onestà ultima verso il reale, probabilmente la forma più radicale ed anche più difficile. Perché ci costringe a lasciare da parte la progettualità compulsiva, quella a cui siamo tenacemente avvinghiati come a qualcosa di vitale, per lasciare andare davvero.

Stare alle cose, così come accadono, è dunque la cosa più semplice e più difficile insieme. Ma ecco, per quanto vi si riesce, per la minima percentuale che vi si riesce, è sempre una liberazione. Ed è qualcosa che sorpassa sempre i nostri schemi, deborda la nostra misura…

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Storie

 Ascoltavo un paleoantropologo raccontare una storia a partire da frammenti di ossa di mastodonte ritrovati in California, accanto ad alcune pietre. È affascinante vedere come da un mucchietto di ossa e denti spezzati, ma in quel particolare modo, accanto a pietre ma di quel particolare tipo, si possa ricostruire la traccia della presenza umana in Nord America.

Si pensava che i primi Homo sapiens fossero arrivati, in quello che poi avremmo chiamato il Nuovo Continente, tra i 17.000 e i 40.000 anni fa, attraverso lo stretto di Bering, allora terraferma. Ma l’alloggiamento geologico di quei pezzetti di ossa di un animale estinto ci fa balzare indietro di 100.000 anni almeno. La curiosità si accende, dobbiamo colmare i vuoti, non riusciamo a resistere. E la narrazione parte.

Come seduti attorno al falò gli antichi raccontavano storie di origini lontane, così oggi raccontiamo storie di antichi a partire dalle poche tessere disponibili per aggiungere al puzzle ancora qualche colore e qualche forma. In attesa che altri elementi vengano alla luce.

Le superfici di rottura delle ossa californiane fanno presagire una frantumazione premeditata che solo Homo sapiens avrebbe potuto operare. Ci hanno riprovato i paleoantropologi: si sono messi di buon grado, con pietre simili a quelle trovare nel sito archeologico e hanno iniziato a colpire ossa analoghe ottenendo risultati simili ai ritrovamenti.

Un pugnetto di ossa, poi ci mettiamo alla prova se siamo capaci di fare altrettanto e di lì dipaniamo la storia di uomini e donne lontani che hanno abitato terre considerate senza umanità fino a ben più tardi.

Per fare scienza abbiamo bisogno di metodo, che sia quello scientifico delle osservazioni sul campo, delle prove in laboratorio, delle misurazioni, delle valutazioni. Ma non possiamo fare a meno delle storie per riempire i buchi nelle tabelle.

Seppure raccogliamo big data, che richiedono poi anni o decenni per essere analizzati, non possiamo sottrarci ad ipotizzare, creare teorie, cioè immaginare mondi, dipingendo con la narrazione ciò che la ragione e il dato non riescono a dirci.

Non possiamo fare a meno, di raccontare storie…

Se guardiamo al profondo universo non facciamo di meno. Nuovi pianeti vengono ormai scoperti a getto continuo, quasi quasi non fanno più notizia. Dalle immensità siderali, basta il transito di un pianeta davanti alla sua stella e la spettrometria di pochi elementi per farci sognare di mondi remoti, di abitanti possibili, di compagni di viaggio, magari cugini batteri, che potrebbero succhiare energia vitale da sorgenti di idrocarburi. Il richiamo delle stelle, benché misurato, ha le stesse caratteristiche di quello degli antichi.

Sognare, immaginare, raccontare: non sono verbi ortodossi per la scienza, ma forse è tempo di rivedere la dottrina, per essere certi di non lasciare indietro nulla che ci possa aiutare a capire chi siamo, cosa ci facciamo qui su questo pianetino. L’illusione della purezza del metodo ci allontana schizzinosi per paura della contaminazione, mentre soltanto con le mani immerse nella terrestrità, tutta intera, potremo davvero indagare il senso del nostro vivere.

Abbiamo adorato la ragione per secoli, abbiamo zoomato su questa parte di noi eleggendola a nobile dama, poi monarca assoluta e perciò tiranna. Ma chi è lasciato indietro tiene il suo posto, brontolio di sottofondo, voce inascoltata e non riconosciuta, ha le sue strategie per esistere comunque, perché l’emozione è primaria, il gesto precede la ragione. E sono tutt’uno.

Ragione non vale di più, ha frainteso: si vince soltanto se si fa gioco di squadra. La sintesi è sapienza.

Incontro di mondi

Una piccola fetta di torta giallina sembra raccogliere tutta la sostanza delle nostre vite, anzi della vita dell’intero universo. 4,9% dice il dato nudo e crudo, sul grafico.

È un po’ come guardare il mondo da un oblò, come cantava Gianni Togni, ma a differenza del cantautore non ci annoiamo affatto. Perché a prenderla dall’altro lato, c’è un 95,1% tutto da scoprire e pare che sia piuttosto affollato.

 

L’energia oscura farebbe espandere l’universo, la massa oscura darebbe ragione di effetti gravitazionali. Nulla di certo, teorie tratteggiate per spiegare come funzionano le cose, se si dà credito alle prove indirette sottese ad alcuni dati sperimentali.

La psicoanalisi ci ha sbattuto in faccia la vastità di un magmatico inconscio che erutta da bocche da fuoco quando deve sfogare impulsi incontrollabili. E poi si placa, fino all’eruzione successiva. Quello che ci è consentito di vedere è l’effetto dell’eruzione, ma il magma sottostante rimane fucina nascosta, in cui memorie di esperienze si rimodellano in un processo digestivo che produce rigurgiti, brufoli e magari acne tutt’altro che giovanile.

Davvero basta la ragione per la conoscenza di un universo così variegato? Davvero l’intuizione è strumento da escludere? L’emozione, che con l’azione, è antecedente al pensiero, come ci mostrano ora le neuroscienze, non ha proprio nulla a che vedere con la ragione? Eppure ne è la premessa. La corteccia arriva seconda. L’emozione e il gesto tagliano il traguardo per primi e ci fanno sentire ed agire prima di ragionare.

Umiltà: da qui parte Marco Castellani, nel suo intervento alla conferenza Astrofisica e Poesia, tenutasi a Villa Sora (Frascati) l’8 aprile 2017, per il ciclo “I tanti volti dell’umano.

Oggi lo studio dell’uomo e insieme lo studio del cosmo suggerisce proprio un atteggiamento di umiltà, derivante essenzialmente dal limpido riconoscimento, che non è mai stato così chiaro, di quante cose noi non sappiamo…. Mai il celebre motto socratico “so di non sapere”, a pensarci bene, è stato così manifesto, solo che lo si voglia guardare.

Partiamo da basso, ripartiamo da capo. A capo chino, chiamando a raccolta tutte le capacità umane, senza rifiutare nulla, senza escludere nulla.

Certo la scienza ha bisogno di discernimento, per stare alle regole del metodo. Forse però oggi la conoscenza è arrivata ad un punto in cui le è richiesto di fare un salto quantico per coagularsi ad un livello di sintesi più ampia, inglobante, dagli orizzonti più larghi.

Forse è giunto il tempo di avere uno sguardo a lunga gittata, inclusivo, che sappia fare sintesi di ogni forma di conoscenza umana, fino alle soglie della sapienza.

Senza mescolamenti omogeneizzanti, dove sia sempre possibile delineare lo specifico disciplinare e di ambito, dove però allo stesso tempo non ci siano barriere invalicabili, ma soltanto confini porosi su cui lo scambio, il confronto, la parola mediatrice si facciano luogo di incontro reale tra mondi che finalmente si riconoscono.

E forse così quella materia oscura e quell’energia oscura si potranno chiarificare.

Almeno un po’.

Al dio protocollo

Sul Monte Olimpo della Medicina, il dio Protocollo va per la maggiore. I suoi sacerdoti, gli OperatoriSanitari, presiedono austeri alle cerimonie sacre, dove la ritualità è strettamente scandita.

Profano è introdotto nell’atrio del tempio dove Operatore Uno scartabella il TestoSacro/ManualeDiagnostico e pone un’etichetta sulla sua fronte. Dalla funzione battesimaleProfano emerge con una nuova identità e un nuovo nome: sarà riconosciuto per la sua diagnosi, espressa con sigla in codice e nome esteso. A questo punto, X — d’ora in poi lo chiameremo così per ragioni di privacy — viene ammesso alle varie navate del tempio dove si avviano le celebrazioni al dio Protocollo.

 

Operatore Due consegna a X la lista delle libazioni che dovrà eseguire in via Crucis, negli altri edifici del complesso templare. Operatore Tre, avendo esaminato attentamente il TestoSacro/LineeGuida, verifica che X abbia effettuato tutte le abluzioni del caso: TAC, RMN, esami del sangue, esame delle urine. Troppi asterischi, peccati capitali! La tabella dice che la sua pressione sanguigna non è adeguata all’età, il BMI è troppo elevato: se proprio non riesce a perdere peso, veda almeno di allungarsi in statura, così da entrare nei valori previsti dalla griglia. Il dio Protocollo è un dio intransigente, non ammette sgarri alle sue regole.

Essendo X un peccatore irrefrenabile, restio alla conversione spontanea, Operatore Tre non ha altra scelta che prescrivere una terapia. X azzarda una domanda, prova a sottrarsi a ciò che non capisce, poi tenta la via della contrattazione, magari si potrebbe regolare il dosaggio, con quel farmaco ha già avuto problemi in passato. No, assolutamente no! Il dio Protocollo è chiarissimo al riguardo e Operatore Tre va al tabernacolo, estrae l’effige del dio e fa giurare X che seguirà rigorosamente tutti i comandamenti.

Dopo qualche tempo, ritornato al tempio per la cerimonia di verifica, X sa in cuor suo di aver molto peccato e le analisi non mentono, gli asterischi sono lì a mostrargli la sua infedeltà al dio. Operatore Quattro lo redarguisce aspramente, i suoi parametri sono ancora fuori tabella. Questa insubordinazione non può essere tollerata. Il dio Protocollo è inequivocabile: chi non obbedisce alle sue norme sarà immolato sul suo altare. X prova a balbettare qualche giustificazione in proprio favore, cerca di impietosire gli OperatoriSanitari, ma tutto è inutile. Nessuna inflessione è ammessa dal dio Protocollo.

Si apre così il rito finale, sull’altare arde il fuoco sacro, X dice le sue ultime orazioni.

Ad assistere alla scena, da dietro un trittico di pregio, Operatore Cinque sente un moto nel cuore. Possibile che sia proprio così? Eppure aveva giurato con Ippocrate, non con Protocollo, ricorda. Per X ormai è troppo tardi, ma per Y, che lo sta aspettando nella cappella laterale, forse si può fare qualcosa. Forse la potenza dominatrice del dio Protocollo non è del dio, ma dei suoi sacerdoti che, seguendo una liturgia senza sbavature, hanno smesso di interrogarsi sull’umano e hanno attribuito al dio Protocollo poteri che non ha, intenzioni che non ha. Forse è tempo di ripensare la sua teologia.

Con coraggio, Operatore Cinque prende in mano l’effige del dio, legge con attenzione il suo TestoSacro e sottolinea le migliaia di volte in cui si usa il condizionale, si mettono dei forse, si danno percentuali e non certezze, si indicano tendenze e non assoluti, si consiglia e non si impone.

Operatore Cinque guarda negli occhi Y, al quale innanzitutto restituisce il suo nome, perché non ha più paura della normativa sulla privacy. Lo chiama per nome, e inizia la rinascita. Operatore Cinque ascolta cosa il suo paziente ha da raccontare, come si sente, quali sono le sue sensazioni; solo dopo consulta le Linee Guida, guarda le analisi, decodifica le tabelle. Riconosce un essere umano tutto intero, parte integrante del team che coopera per la cura.

Protocollo in realtà non voleva questa distorsione del suo annuncio, perché ci deve sempre essere spazio per adattare le indicazioni generali alla situazione personale. Scambiare i mezzi con i fini è un gioco pericoloso che porta a sacrificare un essere umano al culto del sabato.

Non c’è altra grandezza fondamentale se non la creatura che si ha di fronte: questo è il primo e più importante dei comandamenti, la bussola che orienta tutto il resto.

Abbiamo bisogno di una medicina che si avvicini alla persona con la finezza dell’orafo che maneggia piccole cose delicate, una medicina che sappia trarre il massimo dalle acquisizioni scientifiche ma le sappia anche interpretare in un contesto più ampio. Abbiamo bisogno di medici che non si pongano come tecnici aggiustatori di meccani da risistemare, ma come esseri umani in colloquio con altri esseri umani, medici per i quali il successo terapeutico non può fare a meno della relazione, che sia la relazione medico-paziente, o la relazione tra le discipline.

Fede, e verità

E’ appena uscito per le edizioni Paoline, l’ultimo libro di Marco Guzzi, dal titolo Fede e Rivoluzione. Diciamo subito che per la peculiare modalità di svolgimento del testo, per la struttura polifonica che innerva e struttura fin dall’inizio le densissime pagine (dense e lievi allo stesso tempo, in un felice ossimorico connubio, così tipico della poesia), lo possiamo a ragione considerare una sorte di testo fondativo, anche per questa nostra avventura di AltraScienza.

Nel libro, del resto, il riferimento alla scienza — come è evidente fin dalle prime pagine — si propone come una sorta di basso continuo. E’ un termine discreto ma sempre presente, che punteggia quasi ogni pagina. E’ uno dei molti registri su cui continuamente si appoggia l’esposizione, vi torna e vi riposa continuamente.

Vorremmo dunque poter tornare sull’argomento in una serie di occasioni diverse; prendere spunto da alcune frasi per investigare in verticale quei punti di maggior densità concettuale. Il testo, che procede per intuizioni e sprazzi di colore, si presta particolarmente a questa nostra opera di indagine e scavo — ed in fondo, probabilmente la richiede. Difatti Fede e Rivoluzione appare come un testo estremamente moderno, ovvero estremamente aperto, che apre una serie di piste e di scenari. Questo accade senza mai pretendere di chiudere il lettore su una trattazione che si pretenda esaustiva o autoreferenziale, piuttosto provocandolo continuamente verso una indagine personale e creativa. E’ un libro che richiede partecipazione attiva.

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Tra caso, casaccio e contingenza…

Le cose non vengono mai da sole. Neanche il caso. In genere si appaia con la necessità, o forse, lo faceva un tempo. Ora sta cambiando abitudini. Pare che i due siano più propensi ad amalgamarsi intimamente, al punto da lasciare emergere la contingenza, quel microambiente pieno di interconnessioni da cui vediamo fiorire i fenomeni.

La relazionalità è la struttura portante della contingenza: ogni evento che accade lo fa in quanto correlato in modo millimetrico a ciò che lo circonda e, così, via via, per interposte connessioni fino ad intrecciare tutta la Realtà. Così sulla Terra sentiamo la lieve perturbazione delle onde gravitazionali prodotte dalla fusione di due buchi neri a 1,3 miliardi di anni luce da noi — altro che il battito d’ali di una farfalla che provocherebbe un ciclone sull’altro lato del pianeta!

La contingenza, però, non è soltanto relazionalità a grana fine. È anche la condizione di possibilità che permette all’apertura con cui siamo posti nel mondo di potersi esprimere in termini creativi. Costituisce l’impalcatura della libertà.

Spesso protestiamo che il caso non esiste perché, ho il sospetto, contrapponiamo il caso al senso e leggiamo il senso preminentemente nella forma dei rapporti di causa-effetto tra i fenomeni. Così un fenomeno non è casuale ma ha un senso se è dentro un esplicitato progetto a priori, in cui tutti i pezzi trovano la loro esatta collocazione in una rete di causalità ben disegnata.

La mia percezione è che la questione sia più dinamica e fluida.

Forse quando rigettiamo il caso in realtà rigettiamo il casaccio: una confusione che non ha governo, di nessun tipo.

Le cose, dunque, non accadono a casaccio, ma per contingenze di eventi prossimi che, a scalare, danno effetti man mano meno evidenti, propagandosi ad ampio raggio e non più interpretabili con rapporti stretti di causa-effetto.

In tal modo la vita evolve come costante adeguamento reciproco delle sue componenti, nella novità presente di un caleidoscopio sempre in rotazione.

Il senso allora non è posto come dato aprioristico, ma emerge dalla Realtà nel suo svolgersi e diventa direttamente proporzionale alla profondità della relazione tra la libertà della creatura e lo Spirito Creatore.

Posso quindi interpretare la mia vita e costruirne il senso, se incarno la mia libertà in responsoriale relazione con quello Spirito che è l’Inaugurante benedicente senza essere causa immediata di tutto ciò che accade, il Sostegno vigile ma non interferente, la Destinazione accogliente ma non la fatalità della vita.

“Caos è anzitutto il modo di dire la differenza tra la presunta semplicità della natura e la sua effettiva complessità: non è quindi la scusa per rassegnarsi al caotico, ma la spinta per esaminare ciò che è più difficile ossia il complesso.”(Giorgio Bonaccorso)