Il numero di abitanti umani sul pianeta Terra è in crescita esponenziale, con grandi dibattiti su come poter sfamare una tal folla: dobbiamo aumentare la produttività delle colture, ingegnerizzare geneticamente le piante per renderle resistenti alle specie aliene di parassiti e alla salinità di terreni sempre più spesso invasi da acque marine in rialzo. Sembra una reazione automatica in corrispondenza univoca: un problema una soluzione, o magari più di una, ma comunque tutte nella stessa direzione che non prende in carico la questione alla radice.
E se intanto, ad esempio, sprecassimo di meno? A dire il vero ci sono in giro per il mondo iniziative di piccola taglia che cercano di trovare sistemi veramente innovativi per fare scelte di vita a minor consumo energetico e quindi a maggiore sostenibilità. La tendenza del mainstream però è chiudere gli occhi di fronte alle cause del problema, pestare i piedi come un bambino capriccioso che non vuole mollare il suo giochino. Nonostante la casa in fiamme, i tentativi di spegnere l’incendio sono lasciati a pochi temerari, mentre i più continuano a fare ciò che hanno sempre fatto, cioè a gettare benzina sul fuoco, cercando poi di scovare stratagemmi per spostare la cenere. E se gli OGM non bastano, vediamo di trasferirci sulla Luna o su Marte, tanto qui sulla Terra farà presto piuttosto caldino. Elon Musk nel frattempo fa le prove lanciando la sua Tesla nello spazio
Ma come siamo arrivati a tanta disconnessione?
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Credo sia importante ripassarci per tappe, perché il lavoro qui richiesto non è tanto un’addizione di un contributo di nozioni, nella nostra mente già affollata e stratificata, quanto una sostanziale metanoia, una radicale conversione, una sapiente e necessaria deviazione da una strada ormai sterile ad una più feconda: un tragitto verso un nuovo modo di vedere tutto, e perciò – cosa che in questo ambito specificamente ci interessa – la scienza nel suo insieme.
Un lavoro di questo tipo, pertanto, cioè un riassetto del sistema di riferimento entro cui vogliamo lavorare, non può normalmente compiersi una volta per tutte, ma assume piuttosto una natura sua specifica, che mi piace definire agricola. Come se si avesse a che fare con un terreno che ha bisogno di essere lavorato, ancora e di nuovo. Passato e ripassato, con pazienza, perché possa diventare fertile. Altrimenti si rischia che una intuizione possa brillare come sfavillante supernova nel nostro cielo mentale per un secondo o due, ma senza lasciare traccia permanente, senza modificare in modo sostanziale quello stesso cielo.