L’impresa scientifica – l’abbiamo sottolineato molte volte, in queste pagine – non ha per nulla bisogno (contrariamente a quanto comunemente si pensa) di un asettico distacco dell’esaminatore rispetto al materiale di laboratorio, mentre si giova moltissimo di un approccio inverso, dove anche il sentimento viene tenuto in debita considerazione. Si tratta però di capire bene in che modo tenerne conto.

Urge contestualizzare. In questi mesi, accogliendo un suggerimento di lavoro proveniente dal movimento di Comunione e Liberazione, ho ripreso dall’inizio il testo di don Luigi Giussani, forse il suo più celebre: Il Senso Religioso. Questo costituisce il primo dei tre volumi in cui si articola la proposta del suo perCorso (gli altri sono rispettivamente All’origine della Pretesa Cristiana e Perché la Chiesa). Come è stato notato in altra sede, questo primo è un volume che parla pochissimo di metafisica o teologia, mentre si sofferma molto della modalità corretta del conoscere, considerata a ragione una premessa essenziale a tutto il resto. Riguardo poi il mio Giussani, con grande piacere (e con una innegabile senso di rassicurazione: ero finito nel posto giusto), mi accorsi già molti anni fa che i primi due volumi del suo perCorso sono presenti nella bibliografia consigliata per il triennio di Darsi Pace. Tutto torna, insomma.
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Credo sia importante ripassarci per tappe, perché il lavoro qui richiesto non è tanto un’addizione di un contributo di nozioni, nella nostra mente già affollata e stratificata, quanto una sostanziale metanoia, una radicale conversione, una sapiente e necessaria deviazione da una strada ormai sterile ad una più feconda: un tragitto verso un nuovo modo di vedere tutto, e perciò – cosa che in questo ambito specificamente ci interessa – la scienza nel suo insieme.
Un lavoro di questo tipo, pertanto, cioè un riassetto del sistema di riferimento entro cui vogliamo lavorare, non può normalmente compiersi una volta per tutte, ma assume piuttosto una natura sua specifica, che mi piace definire agricola. Come se si avesse a che fare con un terreno che ha bisogno di essere lavorato, ancora e di nuovo. Passato e ripassato, con pazienza, perché possa diventare fertile. Altrimenti si rischia che una intuizione possa brillare come sfavillante supernova nel nostro cielo mentale per un secondo o due, ma senza lasciare traccia permanente, senza modificare in modo sostanziale quello stesso cielo.