L’universo poetico

Vi sono parole intorno alle quali si possono dire cose sempre diverse, atteggiamenti e attitudini fondamentali, opzioni essenziali dello spettro delle possibilità umane. Parole cardine, intorno alle quali si possono far risplendere colori in maniera continuamente cangiante. Le parole sono importanti, ci avvertiva un saggio Nanni Moretti già diversi anni fa. Ne scelgo una, apparentemente lontana dal tema che ho scelto, che invece si dimostrerà — spero — essere la via più diretta per entrare davvero in argomento.

Prendiamo la parola umiltà. La si può approcciare in innumerevoli modi. Uno di questi, la cui evidenza mi colpisce continuamente, è che oggi, lo studio dell’uomo e insieme del cosmo, suggerisce proprio un atteggiamento di umiltà, derivante essenzialmente dal riconoscimento — forse mai stato così chiaro — di quante cose non sappiamo.

Quanta parte ignota nella conoscenza del cosmo!

Mai il socratico so di non sapere, a pensarci bene, è stato così manifesto, solo che lo si voglia guardare. Bisogna però, appunto, saperlo guardare. Vedere il quadro generale. Ad esempio, davanti al mare di notizie astronomiche che ci arrivano continuamente dai vari media (cosa certamente ottima), di fronte a scoperte così eclatanti come quella recentissima del sistema Trappist-1 con sette pianeti forse abitabili, chi pensa mai al fatto che in realtà più del 95% di tutto l’Universo è composto — secondo le teorie più accreditate — da qualcosa di cui non conosciamo la natura? Energia oscura e materia oscura insieme, nel quadro teorico attuale, rendono conto di quasi tutto l’Universo. Tutto, praticamente tutto. Tranne un misero 4,9%. Che poi è quello che compone la materia che conosciamo, ed è praticamente tutto ciò che sappiamo (in realtà ne sappiamo ancora meno, perché anche di quel 4.9% le cose ancora da capire non sono affatto poche…).

Comprendete cosa stiamo scoprendo? Consideriamo che quel piccolissimo 4,9% “visibile” è ciò che costituisce la Terra, il Sole, le stelle, i pianeti vicini e lontani, il nostro corpo, l’acqua che beviamo, il cibo che mangiamo… Quel che, nella vita ordinaria, ci sembra tutto, ed è appena, invece una piccola piccola parte, di un qualcosa di immensamente più esteso, ed invisibile agli occhi. La scienza ci viene a dire che la gran parte di quello che esiste, è qualcosa della quale non possiamo avere esperienza diretta: è in un certo senso fuori dal nostro mondo.

Credo allora che il primo messaggio da trattenere sia questo: quasi tutto quello che esiste, non si vede.

L’armonia nascosta è più potente dell’armonia manifesta, diceva Eraclito, già 2500 anni fa. E sembra proprio che i dati della ricerca cosmologica più recente, non facciano altro che confermare, anche dal punto di vista strettamente scientifico, l’asserzione del noto filosofo.

Cosa possiamo dire oggi, dal punto di vista astronomico, di questo quasi tuttoche è comunque inaccessibile ai nostri sensi? Cosa sappiamo davvero, di energia oscura e materia oscura?

Ebbene, l’energia oscura è un’ipotetica forma di energia non direttamente rilevabile, diffusa omogeneamente nello spazio. Si stima appunto che rappresenti circa il 68% della massa energia dell’universo (parliamo di “massa energia” perché sappiamo che massa ed energia sono in fondo completamente equivalenti, come ci ha insegnato Einstein). L’energia oscura è anche il modo più diffuso fra i cosmologi per spiegare l’espansione accelerata dell’universo, ovvero il fatto che i corpi celesti si allontanano l’uno dall’altro con velocità crescente (grossa sorpresa anche questa, scoperta solo in tempi recenti). Essa costituisce pertanto un’importante componente del cosiddetto “modello standard” della cosmologia basato sul Big Bang. A sua volta il Big Bang è la “storia” scientificamente più accreditata di formazione dell’universo di cui al momento disponiamo. Quella accettata dalla quasi totalità dei ricercatori, come ipotesi più realistica di formazione dell’universo, e quella che spiega meglio di ogni altra, i dati di cui disponiamo. Il nostro universo, secondo questo quadro, è nato circa 13,7 miliardi di anni fa, da un “grande scoppio”, e da allora è in continua fase di espansione.

Questo per quanto riguarda appunto l’energia oscura, così intimamente connessa alle dinamiche di inesausta espansione del nostro universo.

Con materia oscura si definisce invece un’ipotetica componente di materia che non è direttamente osservabile, in quanto, diversamente dalla materia conosciuta, non emette luce e si manifesta unicamente attraverso i suoi effetti gravitazionali. In base a diverse indagini sperimentali e ad una serie di evidenze indirette, si ritiene che la materia oscura costituisca una grande parte, quasi il 27%, della massa energia presente in totale nell’universo.

Ovvero, tirando le somme in maniera un po’ spiccia, ma sostanzialmente corretta: tra energia oscura e materia oscura, se il modello di universo tiene (e molti indizi ci dicono che tiene…), vuol dire una cosa molto importante: vuol dire che è quasi tutto invisibile, per noi.

Qui uno potrebbe pensare, va bene, lo studio del cosmo è peculiare e complicato. D’accordo. Ma che dire dell’uomo? Dell’uomo ormai sappiamo tutto. E invece non è affatto così. E la cosa curiosa è che anche qui andiamo a sbattere in percentuali molto simili, anche se meno rigorosamente definite. Leggo infatti dai trattati di psicologia come circa il 95% della nostra mente sia costituita dall’inconscio. Ovvero quel luogo dove avvengono processi psichici inaccessibili al cosiddetto pensiero cosciente, che esorbitano, in altre parole, dal pensiero razionale. Dunque anche qui la nostra razionalità si deve fermare, si deve arrendere, davanti ad una sostanziale ignoranza. Possiamo certo scandagliare l’inconscio, possiamo speculare sui suoi effetti, ma è un po’ come lanciare una sonda nello spazio: portiamo a casa dei dati preziosi, ma intorno rimane comunque il mistero più profondo. Siamo davanti all’evidenza di una zona non investigabile direttamente, ma che ha effetti decisivi sulla parte conosciuta. E vale, come vedete, tanto per lo “spazio al di fuori” (l’universo) quanto per lo “spazio al di dentro” (la psiche).

Questa straordinaria concordanza si è maturata solo in epoca recentissima, ed è certo significativa dei “tempi estremi” che stiamo vivendo.

Non so voi, ma personalmente questo alone così esteso di ‘non conosciuto’ non mi inquieta per niente, anzi lo trovo quasi rassicurante. Prendere atto di questo stato di cose, lungi dall’essere scoraggiante, implica invece che io non possa mai dire, né come uomo né come ricercatore, la terribile frase è tutto qui? Implica, dunque, la consapevolezza di avere davanti un cammino, un cammino che ci potrà riservare ancora molte sorprese. Un cammino che, io credo, potrà davvero svolgersi soltanto rinnovando la nostra mente, per adeguarci a comprendere ciò che ancora ci è oscuro.

Ed è qui che vorrei innestare una personale considerazione, che riguarda specificamente il modo di guardare a questo nostro limite, a questo nostro gigantesco non sapere. A mio avviso infatti un universo così ampiamentemisterioso è intrinsecamente un universo poetico. E’ cioè un universo al quale possiamo approcciarci in maniera soddisfacente, a livello umano, solo se non ci limitiamo ai parametri conoscitivi della scienza, ma ci apriamo ad un ambito più vasto. La scienza, lo abbiamo visto, ci circoscrive a quel piccolo 4.9%. Ed è una informazione straordinaria, precisa, limpida come non mai. D’accordo. Ma come riempire il resto? Di cosa riempirlo?

Non riempirlo, non è una scelta. Non è una opzione. Perché comunque la natura aborre il vuoto, e dunque verrebbe in ogni caso riempito. Da chiacchiere, pensieri, preoccupazioni, se non altro (come spesso avviene). Il nostro cielo è sempre composto, completo. Allora è necessario forse un atto di volontà, di focalizzazione. Decidiamo noi come riempire il cielo, creiamo il cielo da riempire. La scienza si fa da parte, ci lascia campo. Ed è un universo da riempire innanzitutto di senso, e dunque di poesia. La poesia è infatti, potremmo dire, il lavoro di dare un senso ultimo e corroborante all’insieme delle cose, di ricercarlo in modalità intuitiva, non razionalistica. E questo universo chiama ad un atto poetico, perché vuole farsi conoscere più intimamente che soltanto con l’indagine razionale.

E nello stesso tempo, la poesia stessa chiama l’universo, lo vuole a sé. Si stanno cercando, vedete. E’ un rapporto di desiderio, di mutuo desiderio.

Se non ci credete, ascoltate cosa dice Ungaretti, in una della sue “Poesie Sparse”

I Giorni e le Notti suonano / in questi miei nervi d’arpa // Vivo / di questa gioia malata / d’universo / e soffro / per non saperla accendere / nelle mie parole

La gioia del poeta è malata di universo perché vuole la totalità, non si accontenta di niente di meno del tutto. L’universo. Viene a riempire il vuoto che lascia la scienza, e non certo usurpando o calpestando il suo lavoro. Piuttosto, viene a saldarsi alla costruzione scientifica per restituire un sapere più globale all’uomo. Non si tratta infatti di andare contro la scienza, si tratta di ritornare ad un’idea di uomo più completa, che integri il sapere scientifico all’interno della più vasta conoscenza umana.

Ecco allora cos’è l’universo poetico: è lo spazio di conoscenza, in prospettiva, di un uomo che torna completo. Che integra dentro di sé i diversi saperi, ben sapendo che in ultima analisi non sono diversi affatto.

Cosciente della infinita sproporzione tra me ed Ungaretti (poeta che ammiro visceralmente) così provo anche io a dire nella poesia “Multiversi”, della raccolta “In pieno volo”:

Guardo intanto / la poesia più nostra // La modulazione flebile / di onde elastiche tese / rese trasparenti dal sole / e l’ombra. // Che si succedono intime / negli immensi spazi interni. // Dove aspetti me / è dove io ti aspetto / a balbettare l’idea pazza di compimento / di là di ogni ombra, ogni male. // Così le campane suonano — adesso — che impudica inarchi / la pazienza non detta / portata a pelle come diadema. / L’unico ornamento del resto // più bello ed essenziale / di te, nuda. // L’unico profumo più soave / del tuo stesso odore. // Ed ogni tuo piegarsi / è mostrare, invitare: / creare tempo e spazio. // Perciò lo vedo / Tra chi non si mischia di poesia e chi si imbratta invece / — camminando a filo tra ridicolo e sublime — / piovono grappoli di orizzonti, miriadi di universi. // Come tra un “no” e un “così sia” / tale è distanza / che l’infinito stesso è poca cosa.

Perché so che sono appena all’inizio del viaggio di scoperta (del cosmo e di me stesso), ogni atteggiamento più o meno arrogante sarebbe decisamente fuori luogo. Come sarebbe fuori luogo ogni tentazione di razionalismo che limitasse il reale al razionalmente conoscibile (“Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie — oracolo del Signore”, Is. 55,8)Molto meglio sarebbe arrendersi, ammettere che vi sono realtà che superano infinitamente la mia comprensione.

E la attitudine più giusta tornerebbe dunque ad essere l’umiltà, la coscienza tenera e liberante delle proprie capacità e dei propri limiti.

Testo del mio intervento su invito presso l’associazione Frascati Poesia, svolto in data 6 marzo 2017.

 

Forse non è poi così semplice

Provate a dare in mano ad un bambino un nuovo gioco, di cui si intravedano i meccanismi interni. La sua curiosità andrà a mille e così inizierà la sfida. Tenterà di staccare qualche parte, di smembrare il giochino fino a denudarlo, ritrovandosi con una serie di pezzetti da cui difficilmente però saprà ricostruire l’oggetto da cui era partito. Tuttavia, ha visto cosa c’è dentro il suo nuovo regalo, ha preso in mano una vite, ne ha capito l’alloggiamento e il funzionamento. Certamente ha guadagnato delle conoscenze, ma ha rotto il gioco che funzionava se tutto intero.

Questo assomiglia molto a ciò che fanno gli scienziati nel loro lavoro. Infatti, il criterio di base del metodo scientifico è la semplificazione. Dato che i fenomeni da studiare sono complessi, non siamo in grado di affrontarli così come sono e, come il bambino, abbiamo bisogno di smembrare, frazionare, suddividere per portarci su unità di studio più semplici, tanto semplici da poterle ridurre a misura delle nostre capacità manipolatorie.

Con la fisica e le questioni di sua pertinenza, le cose ci vanno piuttosto bene. Ricordiamo tutti la storiella di Galileo che buttava gravi dalla torre di Pisa e così imparava a descrivere matematicamente il moto accelerato dei corpi in caduta libera. KepleroNewton e le loro equazioni ci permisero di calcolare le orbite dei pianeti, fino ad arrivare alle onde gravitazionali previste dalla teoria della relatività generale di Einstein e finalmente rivelate per la prima volta a dicembre 2015.

Matematica, descrizioni, osservazioni, sperimentazioni qui riescono a fare gioco di squadra.

Per poco però che ci inoltriamo nell’ambito dell’organico, le cose iniziano a complicarsi. Per il comportamento cellulare è già più difficile isolare i vari componenti e capirne la dinamica a partire dalla modifica di un singolo elemento, perché non si riesce realmente ad enucleare un singolo fattore per attribuirgli tutta la causa della conseguenza che osserviamo. La faccenda si fa ancora più ardua per un organismo pluricellulare, e su su dentro l’arbusto evolutivo. Gli organismi, poi, non sono individualità separate, ma vivono in contesti, in relazione tra di loro e con l’ambiente, quindi il pedaggio della frammentazione si fa vertiginoso. Non parliamo poi di applicare il metodo scientifico alle scienze sociali, psicologiche ecc.

Lo spezzettamento in parti però mi pare paradigma del sistema che si sta dissolvendo. Come se questo approccio fosse ormai insufficiente e, almeno in parte, anacronistico, come se anche la scienza avesse bisogno di trovare nuovi criteri su cui fondare il suo metodo.

E se l’integrazione del suddiviso diventasse criterio aggiuntivo imprescindibile per l’indagine del mondo?

Se nell’articolazione del reale, i livelli organizzativi superiori non sono la semplice somma algebrica dei pezzi che li costituiscono, allora lo studio dell’intero, brulicante di relazioni, deve avere una sua dignità in sé. Pena la perdita non soltanto di informazione, ma anche di senso.

E se le discipline, attraverso cui cerchiamo di indagare il nostro mondo, scoprissero un nuovo livello di relazionalità che consentisse loro una forma dialogica di messa in comune delle specificità, per tratteggiare un quadro più organico, in ascolto del reale? La giustapposizione della multidisciplinarità non basta più e l’interdisciplinarità è ancora troppo poco; c’è bisogno di un intreccio profondo dei saperi per una nuova sintesi sapienziale.

Forse la precisione millimetrica e il colpo d’occhio panoramico sono in attesa di coniugarsi nel ritmo di un nuovo passo.

Fare ricerca, verso la verità

Interessantissimo, nei temi trattati, che fungono anche da riepilogo della specificità del percorso Darsi Pace nelle sue implicazioni culturali e nelle sue premesse teoretiche: conciso ma molto rigoroso, mi pare.

Noto dal mio punto di vista di scienziato, che i riferimenti anche alla rinnovata visione della scienza (che noi chiamiamo sinteticamente AltraScienza) sono molteplici e decisamente meritevoli di essere percorsi ancora e di nuovo: dall’illusione della fisica newtoniana di “oggettivare il mondo” al significato stesso dell’universo e del nostro ruolo nella creazione, a 14 miliardi di anni dal Grande Scoppio. Passando inevitabilmente per l’esplosione dell’atomo e di un certo modo meccanico di vedere il mondo (pregnante il parallelo con le esplosioni atomiche belliche, fortissimo nella sua logica). Fino alla disintegrazione del pensiero “logico-cartesiano” — o meglio alla sua pacifica dissoluzione — in un ordine superiore, quando si arriva alla Trinità, e alla “separazione-unione” simultanea di diverse Essenze.

Accenni di un ordine superiore che non nega — e non vuol assolutamente negare — la nostra “scienza” e le sue modalità operative, ma la allarga smisuratamente. Come la relatività “allarga” la fisica newtoniana, in un certo senso…. ma molto molto più audace, nella qualità del salto.

Dunque certamente una intervista a largo campo, ma che può essere utilmente percorsa secondo una accordatura attenta alla scienza e alle sue implicazioni, alla sua ormai innegabile, inestricabile interconnessione con tutto il resto: non a caso, direi, la trattazione del pensiero scientifico affiora in diverse parti durante il colloquio, e non è analizzata “in blocco” e una volta soltanto. Piuttosto, è come un sottotraccia che percorre tutta l’intervista, affiorando in maniera evidente in più punti, a sottolineare — se ci fosse bisogno — la fecondità di questo approccio globale ai problemi e alle sfide del nostro tempo, nella ricerca di una chiave interpretativa globale, così come il cuore — di scienziati e non scienziati — certamente attende.

Verso una scienza più morbida

Non so se vi capita. Intendo, avvertire il desiderio di porre una opera alla quale si partecipa, sotto una protezione autorevole, e soprattutto amorevole. A me capita, lo devo ammettere. E pur non essendo particolarmente devoto, ho provato questo desiderio l’altro giorno.

Vorrei dunque umilmente porre una piccola opera che con altri ho iniziato, il blog altrascienza.it sotto la dolce e femminile protezione di Maria Vergine, una figura che nel cammino Darsi Pace sto imparando a vedere in una luce limpida e fresca. Una luce per me nuova e lontana diversi anni luce da un certo impolverato pietismo, ormai fuori tempo massimo.

La nostra anima, acconsentendo allo Spirito dell’Amore, diviene Maria, la vergine che proprio in quanto non conosce l’uomo nella sua vecchia struttura mortale, può accogliere il seme dell’Uomo-Dio che viene, come precisa sant’Ambrogio, che, parlando dell’anima, dice che quando inizia a convertirsi “viene chiamata Maria, riceve cioè il nome di colei che ha portato Cristo: è diventata un’anima che spiritualmente genera Cristo” (da uno scritto di Marco Guzzi, La vocazione di tutti)

Mi colpisce che proprio oggi 12 dicembre, si celebri la memoria della Beata Vergine di Guadalupe, che ha la caratteristica “singolare” di presentarsi con un mantello “trapuntato di stelle dorate”…

Leggo da wikipedia che “la disposizione delle stelle sul manto azzurro che copre la Vergine non sembra casuale ma rispecchierebbe l’area del cielo che era possibile vedere da Città del Messico durante il solstizio d’inverno Se ne accorsero per primi gli astronomi messicani dell’epoca…”

Per questo legame con la scienza (ed in particolare con lo studio degli astri) sempre saggiamente filtrata attraverso l’umanità della Sua persona, resa per ciò stesso una avventura propriamente umana e dunque sommamente interessante per noi tutti, mi piace particolarmente che il blog sia ufficialmente lanciato (per caso, a dire il vero) proprio il giorno della memoria della Vergine di Guadalupe.

Guardo, per la verità, anche a quel sapore di casa di cui parla Papa Francesco nell’omelia di oggi: quel sapore che ci è indispensabile, come fattore sempre da ritrovare, quando ci spingiamo a ragionare su cose lontane e complesse, quel sapore che conforta il cuore e ci permette di riprendere, sempre, un percorso di pace (non credo a caso, connotato dai tratti del femminile)quanto mai necessario per intessere relazioni concrete e fruttuose con le istanze più varie del pensiero scientifico.

Celebrare Maria è, in primo luogo, fare memoria della madre, fare memoria che non siamo né mai saremo un popolo orfano. Abbiamo una Madre! E dove è la madre c’è sempre presenza e sapore di casa. Dove è la madre, i fratelli potranno litigare ma sempre trionferà il senso dell’unità.

Volentieri metto questa minima opera sotto la Sua protezione amorevole.

Corpo

La definizione di un sistema di riferimento è qualcosa di più di un mero artificio tecnico, di una decisione per esperti. E’ qualcosa che informa profondamente il reale, ne definisce ed istituisce una modalità descrittiva, e perciò stesso percettiva.

La scienza nella sua incarnazione più cartesiana si rende forte della sua capacità di astrazione ed interviene nel mondo creato attraverso un principio razionale di ordine. Questo principio è ben esemplificato nella definizione stessa del sistema di assi cartesiani — concetto che è ben noto a qualsiasi giovane studente — con il quale impariamo a prendere profonda familiarità nel tempo, a interpretare e quasi plasmare la realtà.

E’ uno strumento utilissimo, poiché ci permette di creare un ordine spaziale dentro la realtà, in modo da renderla quantificabile (la posizione ogni cosa è definita dalle sue coordinate nello spazio cartesiano) e quindi interpretabile. Al tempo stesso, però, è qualcosa che però è entrata così radicalmente nella nostra modalità percettiva che rischia di farci perdere di vista la sua reale natura, il fatto che è appena un modello.

Un modello del reale non è il reale. Qui spesso naufraghiamo, perdiamo i tratti del problema, semplifichiamo in maniera probabilmente illegittima.

Perché la scienza, a volte, semplifica ed astrae in modo molto radicale. E ci allontaniamo dal reale, rientrando in una specifica modalità percettiva, a torto scambiata come percezione totale del tutto. Così ne annulliamo la sua portata perpetuamente rivoluzionaria, la sua carica esplosiva di mistero.

Il tutto è sempre molto più complesso di quanto vogliamo pensare di lui, ci sfugge da ogni lato, è irriducibile ad ogni schema di pensiero. Gli assi cartesiani ci portano a pensare ad una geometria imperturbabile rispetto a quanto avviene al suo interno,

Il bello è che è una percezione errata. Lo dice, ormai da tempo, perfino la scienza stessa: lo spazio è curvo, lo spazio è incurvato dagli oggetti al suo interno. Lo spazio è tutto tranne che esteso all’infinito e piatto. Lo spazio partecipa irresistibilmente di quanto avviene al suo interno.

Le cose sono curve, peraltro. La nostra esperienza, fino dalla nascita, si nutre di superfici curve. Descriverle nel sistema cartesiano di assi ortogonali è una gran fatica, è necessario ricorrere ad una gran quantità di informazioni. E’ un sistema inadatto al reale, è adatto piuttosto ad una sua arbitraria astrazione. Ritengo che per un ente biologico, la curva sia la ancora nozione più evidente, più elementare.

La curva parla del corpo (ecco la parola di questa volta), recupera la corporeità che una malintesa idea di razionalità scientifica ci ha sottratto, lasciandoci più freddi e più poveri. Il corpo è la struttura fondamentale, perché è l’ambiente percettivo che ci accompagna nel viaggio sulla Terra. Posso astrarmi dal corpo fino ad un certo punto, poi devo comunque ritornare a questo.

Il corpo. Le sue proporzioni, le dimensioni. Dovremmo capire ed abitare una geometria del corpo, molto più di quanto facciamo di solito. Riabituarci ad un pensiero complesso, proprio come quello del corpo. Alieno da semplici formalizzazioni. Con il corpo percepisco, con il corpo capisco.

Il corpo umano è la Cattedrale più grande che Dio abbia mai costruito (Christiaan Barnard, Curtis Bill Pepper, Una vita)

Verrebbe da dire, anzi, da utilizzare il corpo come sistema geometrico fondamentale. Il corpo umano è una vera cattedrale, che informa profondamente la modalità con cui percepiamo, che definisce un dentro e un fuori, un me stesso e un altro, un qui ed un altrove. Dal punto di vista più specifico, una qualsiasi tecnica di semplificazione dei dati, mostrerebbe chiaramente come un corpo non viene descritto bene in un sistema di assi ortogonali. Vive un’altra realtà, dove l’astrazione non regna incontrastata, come nei nostri pensieri, così spesso in fuga rispetto alla realtà, al qui ed ora.

Non si tratta di far guerra alla geometria, non si tratta nemmeno di indugiare troppo sul fatto che la nostra mente è ancora governata ed informata da modelli scientifici ottocenteschi, è culturalmente ed invariabilmente pre-relativistica pre-quantistica. Tutto vero, ma non coglie il punto.

Si tratta di ritornare ad una geometria del corpo, complessa ed articolata. Ad un pensiero del corpo, che dimora nell’ascolto delle sensazioni, e non nelle teorizzazioni astratte. E’ una rivoluzione ancora tutta da compiere.

Da compiere, ma non da inventare, probabilmente. Ragionando intorno alla dignità del corpo, ricercandone una sponda di sicurezza ultima, incorruttibile, incontro quel senso del Corpo, per noi quasi imbarazzante, che è quello che secondo la nostra spiritualità, è il luogo che ha scelto l’Essere per manifestarsi.

Quella stessa croce che una parte della nostra sensibilità avverte a volte come antica, è invece una cosa perpetuamente modernissima, perché unisce, sovrappone ad un sistema di assi cartesiani una dinamica ed estetica del corpo, perché fonde la razionalità geometrica alla esistenzialità e complessità biologica, alla passione (e Passione) umanissima e trascendente, e al senso profondo dell’Essere.

E al suo innegabile carico di mistero.

La causa mi fa effetto

Premo l’interruttore e la luce si accende. Anche la sintassi sembra dirlo. Bastano due coordinate legate da una “e” e il gioco è fatto. Eccoci nella trappola di un pensiero che usa l’euristica della causalità così frequentemente da non aver più neanche necessità di esplicitarla. È sufficiente la congiunzione ”e”, possiamo fare a meno delle più classiche “perché, poiché, siccome, in quanto”.

Pare proprio che abbiamo un disperato bisogno di trovare una causa, e che sia la più diretta possibile, per ogni accadimento nella nostra vita. Il metodo scientifico in questo è maestro. Si studiano i fenomeni e si va immediatamente alla ricerca di ciò che li ha provocati. In medicina, l’eziologia è un aspetto fondamentale per la formulazione di una diagnosi.

Questa ossessione per la causalità, però, rischia l’abuso, facendoci vedere anche ciò che non c’è. Rischiamo cioè di irrigidire il pensiero, di incanalarlo dentro sentieri troppo stretti, senza più permetterci lo sguardo ampio di chi apprezza il panorama. Così di causa in causa fino alla Causa Prima. E anche Dio è finito in trappola. Appunto lo chiamiamo in causa per ogni avvenimento che ci accade: non cade foglia che Dio non voglia, dice il vecchio adagio. Tutto diventa direttamente collegato alla volontà divina, nel bene e nel male.

Forse abbiamo bisogno di usare “unità di misura” diverse a seconda dell’ordine di grandezza, anche perché la Vita nel suo complesso non è la semplice somma dei singoli eventi. La Vita pare organizzata per livelli di cui uno non è immediatamente deducibile dai precedente; il grado di complessità superiore non è l’esito della giustapposizione addizionale degli elementi che compongono il livello organizzativo inferiore. L’emersione della coscienza non pare semplicemente l’aumento quantitativo di abbozzi comparsi nei primati. La struttura degli organismi pluricellulari non scaturisce direttamente dalla struttura unicellulare: la sequoia non la deduco da Acetabularia. Dalla struttura subatomica non ricavo immediatamente le caratteristiche della materia per come la sperimentiamo al nostro ordine di grandezza. C’è un’opera di sintesi che richiede un salto quantico.

La causalità è contingente e vincolante e mi pare riesca a descrivere le relazioni all’interno degli elementi di uno stesso livello di complessità, in parte anche tra un livello e l’altro, ma ciò che fa sintesi non è spiegabile soltanto in termini di causalità. Se lo fosse, saremmo dentro un grande meccano in cui si assemblano i pezzi a partire da un progetto esterno e già definito in partenza, ma la nostra esperienza di vita non ci dice questo. Siamo l’esito di un apprendimento continuo che guarda all’altro/Altro per trovare la propria immagine, fin dal grembo materno. È una questione di relazioni sempre in divenire, in raffinamento costante, di carezze e di affondi nella nostra plastilina.

Concentrati alla caccia della causa e della Causa Prima indietreggiamo per trovare l’inizio: lo fa lo scienziato, è il suo compito, l’avanzamento tecnologico gli consente di essere sempre più preciso su quando ha avuto inizio il nostro Universo, la vita sulla Terra, la storia di Homo sapiens.

Ognuno di noi ha però una sete inestinguibile di conoscere l’origine, propria come del Tutto, di conoscere Ciò che sostiene la Vita, adesso e poi adesso e ancora adesso, nel presente eterno.

La Realtà non proviene (soltanto) da una Causa Prima, ma da Qualcosa di molto più flessibile e morbido, da un pensiero che la pensa, da un’intenzione che la regge, da una parola che la genera.

L’intenzione è univocamente buona, il Padre è buono, l’Unico che può essere chiamato tale, senza ambiguità. L’intenzione buona alimenta il pensiero/parola creativo, la generazione è ariosa e dà vita ad un altro-da-Sé che proprio perché possa essere accreditato come altro deve essere posto a distanza di sicurezza e per dargli dignità piena gli deve essere riconosciuta la libertà. Ogni tipo di creatura ha il suo grado di libertà e per noi umani la dinamica ha i tratti dell’apprendimento.

Il gioco sta nell’imparare a trovare la giusta distanza, che vuol dire abitare la massima differenza dal Creatore, e allo stesso tempo, vivere con Lui in massima comunione, che è poi il movimento della relazionalità che lo Spirito esprime. È questo l’insegnamento che possiamo trarre dal mito con cui comincia il libro della Genesi.

C’è un mondo inaugurato ad ogni istante dalla buona intenzione del Padre, promesso come compiuto in ogni istante nel lavoro di rimodellamento di sé che ci conduce, ad ogni passaggio, un po’ più vicino al vero noi stessi, a ciò che stiamo da sempre diventando. Un lavoro di cesello, senza fine, e la morte porterà un cambiamento di stato, un ordine superiore di complessità, ancora una volta indeducibile dal grado attuale, per sperimentare chissà quali eccitanti nuovi percorsi di conoscenza.

Presente anche su http://www.darsipace.it/2016/09/29/la-causa-mi-fa-effetto/

La bellezza, non le frontiere

Capita. Forse perché ho una parte del cervello che è sempre lì, sempre a caccia di percezioni estetiche interessanti, gradevoli (ehm, non è un modo elegante per dire “guardare le ragazze”, o forse sì…). No, davvero.

Capita.

Così mi accingo un po’ timoroso (leggi, fin troppo consapevole della propria ignoranza in materia) ad introdurmi alla tecnica delle random forest, per una necessità legata al lavoro sulla pipeline di riduzione dati del satellite GAIA. E mi imbatto tra l’altro nella pagina di wikipedia dove compare questa.

E già non so bene perché compare qui, e non in una galleria di arte astratta. Già mi colpisce per l’impatto visivo, e non sarebbe necessaria altra spiegazione.

E’ una immagine bella. Trasmette qualcosa, anche non sapendone proprio nulla della modalità con la quale è stata generata.

Il che forse è anche un bene, perché la didascalia che appare non risulta essere delle più esplicative, perlomeno ai comuni mortali:

Una visualizzazione dello spazio-modello della Foresta casuale dopo un allenamento con i dati

Ecco. Io sono abbastanza certo che — a meno che non siate illuminati statistici o esperti in reti neurali — questa frase vi lasci più o meno nel grado di comprensione che avevate prima (ovvero, praticamente pari a zero).

E va bene così.

Perché nonostante tutto ve la potete godere, questa immagine.

Perché la bellezza è così, non richiede spiegazioni, non necessita di prerequisiti.

Che è una sua prerogativa che io trovo, francamente, stupenda. La bellezza ha un suo canale privilegiato, è evidente. Un canale che salta tutti gli steccati percettivi e le barriere del ragionamento, e arriva direttamente al cuore.

Questa cosa non finirà mai di stupirmi, di meravigliarmi.

Se poi però vi piace comprendere come è nata questa immagine? Se siete curiosi di capire cosa ha generato questi colori, in splendida concordanza con le tendenze di certa arte moderna? Indebolite forse la sua bellezza, con la vostra curiosità di capire?

Niente affatto. Poiché arte e scienza si parlano, la bellezza si riversa da una all’altra, senza soluzione di continuità. E comprendere aumenta la bellezza: non lo dico io, lo dice un certo Feynman, sicuramente uno dei più grandi fisici che abbiamo avuto nei tempi recenti. Ascoltate:

E’ davvero evidente che per la bellezza non vi sono queste insipide frontiere e queste ingrate catalogazioni, nelle quali troppe volte facciamo impigrire la nostra visione del mondo.

Esiste dunque una altra scienza — che poi è anche (guarda un po’) la vera scienza.

Quella che fa della meraviglia di fronte al mondo la sua vera ed inesausta carica propulsiva. Quella che non mette frontiere, ma ricerca connessioni.

Quella che si approccia in modo relazionale a tutto ciò che esiste nel mondo, come pure ad ogni espressione culturale ed anche spirituale.

Quella che, in poche parole, contribuisce a farci essere uomini.